La bottega di "Appiano"
di Andrea Bardelli

 

 

 

 

 

Quello che possiamo considerare il mobile assurto a emblema di questa famiglia è una ribalta databile attorno al 1756, data apposta su un cassetto segreto insieme alla scritta “Canonico Bianco in Apiano Diocesi di Milano” [Figura 1].

Il mobile, passato in asta una prima volta presso Finarte nel dicembre 1992 (lotto 457), senza alcuna segnalazione di data e scritta, e successivamente presso Sotheby's nel maggio 1993 (p. 48 n. 327, tav. V), è stato reso noto da Enrico Colle in diverse occasioni (E.Colle, Dipingere coll’intarsiatura in legno: appunti sul mobile intarsiato in Lombardia, Rassegna di studi e notizie vol. XIX (1995) p.105; E.Colle, Il mobile rococò in Italia, Electa, Milano 2003, p. 388).

La scritta ci informa che il presunto proprietario della scrivania è uno dei canonici in forza presso la pieve di Santo Stefano di Appiano Gentile (Co) facente parte della Diocesi di Milano.

Dai resoconti della visita pastorale dell'arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli alla pieve di Appiano, avvenuta nel 1747, quindi meno di dieci anni prima, apprendiamo che il clero della chiesa arrivava a contare dieci canonici, tra i quali un teologo ed un coadiutore, oltre al prevosto stesso, il quale, per la cronaca, dal 1753 al 1762, è stato un certo Giovanni Battista Bonacina.

Da ciò deduciamo purtroppo ben poco a proposito della provenienza del mobile e della bottega che può averla eseguita.
Si tenga conto, infatti, che questi canonici appartenevano spesso a famiglie altolocate ed erano soliti arredare i propri spazi privati con arredi portati da casa.
I Bianchi (o Bianco), ad esempio, erano una famiglia milanese con lontane origini emiliane.

Ciò premesso, attorno a questa ribalta è stato possibile aggregare una serie di mobili, tutti databili attorno alla metà del Settecento, che solo in questa fase “pionieristica” è lecito identificare come bottega di Appiano, mentre è del tutto probabile, come vedremo, che si tratti di una bottega milanese anche perchè stiamo parlando di esemplari tutti di notevole qualità.

Un elemento comune di questi mobili, almeno di una parte di essi è costituito dalla forma “sciancrata” dei fianchi, accentuata da uno spigolo scantonato o modanato, che si prolunga in piedi incurvati a ricciolo verso l'esterno.

Un secondo elemento è, salvo qualche eccezione, il decoro mistilineo eseguito con le classiche cornicette ebanizzate a rilievo, il cosiddetto “cuore”, che si distende su tutti e tre i cassetti, lasciando su ciascun cassetto lo spazio per una serie di semplici cartelle.

Un terzo elemento è il disegno della cartella, anch'essa mistilinea ma di forma allungata, che si trova sulla fronte del piano ribaltabile, che si ripete con piccole variazioni nei diversi modelli.

Proprio nella ribalta da cui siamo partiti, la cartella mistilinea al centro del piano ribaltabile e le cartelle ai lati del cuore sono delimitate da semplici filettaure e non da cornicette ebanizzate.

Troviamo il decoro più canonico con cornicette ebanizzate a cuore centrale e con doppia serie di cartelle laterali in questa seconda ribalta [Figura 2] che introduce una leggera bombatura nella parte alta del fianco.
Si noti, in questo caso, l'andamento mosso, quasi frastagliato, della mantovana che collega le gambe anteriori.

Tale andamento, insolito in questa famiglia di mobili, diventa abituale nei mobli della seconda metà del secolo, quelli che, per intenderci, abbandonano le cornicette ebanizzate e adottano la classica forma a urna, di cui proprio i mobili in discorso costituiscono un'anticipazione.

Si ritiene che alla stessa famiglia possano appartenere anche altre ribalte nelle quali il cuore occupa l'intera superficie della fronte [Figure 3 e 4].
Ritroviamo come tratti comuni l'andamento mosso del fianco, i piedi a ricciolo e il disegno della cartella mistilinea sulla fronte dell'asse ribaltabile.

A questo gruppo di mobili, cui appartengono diversi altri esemplari tra i quali alcuni trumò, si può associare una scrivania [Figura 5] che ha fatto parte degli arredi di Palazzo Reale (E.Colle-F.Mazzocca, Il Palazzo Reale di Milano, Skira, Milano 2001, p. 250), il che potrebbe testimoniare come la bottega che li ha eseguiti fosse milanese di un certo rango.

La scrivania potrebbe far parte degli arredi fatti fare dal conte genovese Gian Luca Pallavicino, governatore della Lombardia austriaca dal 1750 al 1753, sotto la guida dell'architetto Francesco Croce (Colle-Mazzocca, op. cit. p. 207).

Non possiamo infine non segnalare, a ultronea testimonianza dell'estrema difficoltà nel dipanare la classificazione dei mobili di questo genere, le assonanze tra questa “bottega di Appiano”, plausibilmente invece milanese, e la “bottega dei riccioloni” di cui ci siamo occupati in un precedente intervento .

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Pubblicato il 2 mag. 2012
 
Fig. 1 - Cassettone a ribalta, Lombardia,
metà del XVIII secolo (Finarte; Sotheby's)
Fig. 2 - Cassettone a ribalta, Lombardia, metà del XVIII secolo
(Adma, asta Fanti Melloni, Bologna, palazzo Hercolani)
Fig. 3 - Cassettone a ribalta, Lombardia, metà del XVIII secolo, marchiata a fuoco all'interno TB
(Milano, musei Castello Sforzesco)
Fig. 4 - Cassettone a ribalta, Lombardia, metà del XVIII secolo (Sotheby's, 11.12.2008 n.53)
Fig. 5 - Scrivania, Lombardia, metà del XVIII secolo
(Milano, già Palazzo Reale)