Casse di Spagna a Finale
di Andrea Bardelli

  Pubblicato il 1 dic. 2014
   

La città di Finale Ligure in provincia di Savona è stata per molti anni la capitale di un Marchesato retto dalla famiglia Del Carretto, tra alterne vicende contrassegnate da un difficile rapporto con Genova. Nel 1602 Finale entra a far parte del dominio spagnolo, garantendo così a Milano, anch’essa spagnola, un indispensabile sbocco sul mare in mani amiche. La dominazione spagnola cessa nel 1707 e Finale è invasa dagli austriaci (nota 1).

A testimonianza di questo periodo storico, per quanto attiene la nostra materia, resta una tipologia di mobili tramandata con la denominazione di “casse di Spagna”.
Si tratta di cassoni in legno di cedro di varie misure, dalle più piccole aventi le dimensioni di un piccolo baule alle più grandi di proporzioni ingenti, utilizzate per riporre capi di vestiario e il corredo, ma anche armi e altri oggetti più o meno preziosi.
Il coperchio è in genere leggermente bombato, come nell’esemplare rappresentato (Figura 1), ma può trovarsi anche perfettamente piatto.
Gli spessori sono comunque notevoli e  le connessioni tra fondo e fianchi sono rinforzate con piastre di ferro fissate con chiodi. Concepita come un vero e proprio forziere trasportabile, la cassa dispone di una serratura in ferro forgiata a mano provvista di un batacchio e di una piastra dal disegno caratteristico che ne rappresenta il tratto distintivo e il maggior elemento di pregio. Essa è poi completata da maniglie sui fianchi e da varie cerniere, almeno quattro, che collegano il coperchio allo schienale. Queste ultime si rivelano sul coperchio attraverso degli scassi a forma di “V” nei quali sono affogate le coppiglie che le fissano al coperchio stesso, apparendo come fossero dei decori. Un’altra particolarità costruttiva riguarda la connessione delle assi che compongono la cassa; lungo lo spigolo, infatti, si nota una fittissima serie di incastri la cui realizzazione tecnica costituisce un vero mistero (Figura 2).


Figura 1 e 2 Cassa in legno di cedro, Liguria, Finalese, XVIII secolo, collezione privata.


Alcune rare casse recano all’interno del coperchio una stampa, in genere una xilografia di soggetto religioso, mentre ancora più rare sono quelle che nella medesima posizione hanno un dipinto di soggetto marinaro, un’espressione artistica popolare che ricorda gli ex voto in cui la Liguria vanta una lunga tradizione. 
Spessori del legno, rinforzi in ferro e dispositivi di chiusura – cui si aggiunge il peso per gli esemplari di maggiori dimensioni – costituivano il deterrente per i malintenzionati, ma, oltre alla funzione di cassaforte, queste casse avevano il pregio di conservare perfettamente le stoffe contenute grazie al materiale con le quali erano costruite.
Il legno di cedro, infatti, è noto per essere indenne all’attacco delle tarme ed altri insetti voraci.
La tradizione vuole che queste casse fossero costruite con assi di cedro importate dall’inizio della dominazione spagnola. Quest'affermazione, in realtà, fatica a trovare riscontro nelle storiografia economica locale che cita altre merci oggetto di commercio abituale in questo periodo, tuttavia, le circostanze sono credibili, oltre che suggestive, se si pensa che queste casse sono state reperite solo nei centri che stavano entro i confini dell’antico Marchesato e non oltre.
Ricerche sono state condotte in Spagna dove è risultato non esistere nulla di simile.
Queste casse che possiamo quindi considerare tipiche del Finalese hanno continuato a essere prodotte anche in epoca più tarda e la maggior parte degli esemplari che si possono ancora reperire è databile al XVIII.
Una di queste casse, l’unica che si conosce al di fuori del Finalese, è attualmente conservata al Museo Nazionale di Scozia a Edimburgo e appartenne a Alexander Selkirk, le cui iniziali sono incise sul coperchio (Figura 3 e 4).

Figura 3 e 4 Baule appartenuto ad Alexander Selkirk, fine XVII-inizi XVIII sec. (Edimburgo, National Museum of Scotland)



Alexander Selkirk fu un marinaio, anzi un corsaro, che ebbe una vita molto avventurosa e che, a seguito di un tentativo di ammutinamento, fu abbandonato su un’isola dell’arcipelago Fernandez al largo del Cile. Correva l’anno 1704. (Figura 5)
Egli contava evidentemente di essere recuperato rapidamente da un’altra nave di passaggio, ma così non fu e la sua permanenza sull’isola si protrasse per oltre quattro anni.
Al suo ritorno in patria non mancò di raccontare in lungo e in largo la sua esperienza e da questa vicenda trasse spunto lo scrittore Daniel Defoe per creare la figura di Robinson Crusoe.
Tornando alla nostra cassa, un’indagine svolta presso il Museo di Edimburgo e i numerosi confronti fatti a Finale, hanno confermato in maniera pressoché inequivocabile che il baule di “Selkirk-Robinson” appartiene alla tipologia in questione e che quindi sia di provenienza finalese. Non è difficile ipotizzare - vista la professione di corsaro esercitata dal nostro al soldo della corona britannica e il fatto che il Marchesato di Finale fosse un alleato di ferro della Spagna - che il baule fosse il frutto di qualche scorribanda nel mar Ligure.

Figura 5 Alexander Selkirk abbandonato sull'isola (illustrazione di Paul Rainer; come si può notare la forma della cassa non è storicamente attendibile)


Note

Nota 1
Per maggiori notizie storiche, vedi anche il saggio di R.Musso Finale e lo Stato di Milano in Storia di Finale, Daner Edizioni, 1997.


Questo articolo costituisce la sintesi di due articoli pubblicati rispettivamente sul mensile Cose Antiche n. 158 del marzo 2006 e su L’Esperto Risponde Antiquariato n. 35 del giugno 2004 (entrambe Edimarketing Edizioni, Milano).

 
   
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