Trumeau piemontese forse di Filippo Giacomo Berino
di Andrea Bardelli

  Maggio 2019
   

Nell'aprile 2016 pubblicavo su Antiqua, ritenendolo inedito, un cassettone a ribalta con alzata eseguito nel 1741 dall'ebanista piemontese Filippo Giacomo Berino (nota 1), passato in asta presso Semenzato nel dicembre 2000 (Figura 1) (vedi) .
In realtà, come gentilmente segnalatomi da Claudio Cagliero (*), il mobile era già stato reso noto in Roberto Antonetto, Il mobile piemontese nel Settecento, Allemandi, Torino, 2010, vol. I, opere d’autore, pp. 298-299.
Nella stessa circostanza Antonetto ritiene di poter attribuire a Berino un altro mobile già da lui pubblicato nel 1985 (Figura 2) e allora ritenuto, seppur dubitativamente, dell'ebanista Luigi Prinotto (Antonetto R.,Minusieri ed ebanisti del Piemonte. Storia e immagini del mobile piemontese, 1636 – 1844, Daniela Piazza, Torino, 1985, p. 273 n.394) (nota 2).

Fig. 1 e 7 - Berino F.G., Cassettone a ribalta con alzata 1741,
Semenzato, dicembre 2000 n. 200).

Fig. 2 - Berino F.G. (attr.), Cassettone a ribalta con alzata
(Antonetto 1985, p. 273 n.394).


Ancora più di recente, vengo messo a conoscenza che in un'asta londinese di Christie's nel novembre dello scorso anno è stato aggiudicato un cassettone intarsiato in legni esotici e avorio firmato Berino (Figura 3). La firma “BERINO FECIT” è apposta, con le stesse modalità riscontrate per il mobile da cui siamo partiti, in una riserva intarsiata in avorio collocata nella parte destra del piano (Figura 4). Non si legge una data a meno che non sia stata abrasa.
Questo cassettone, certamente ascrivibile al medesimo artefice, appare a prima vista diverso da quelli sinora considerati.

Fig. - 3 e 4 Berino F.G., Cassettone (Christie's 13.11.2018 n. 286). (vedi)


Sembra invece più stringente il confronto con un altro cassettone a ribalta con alzata, già apparso sul mercato e ora in collezione privata (Figura 5).

Fig. - 5, 6, 8, 9. Berino G.F. (?), Cassettone a ribalta con alzata, Vercelli, collezione privata (foto Roberto Pepe).


I due mobili sono diversi, ma le due scene intarsiate in avorio su questo mobile e su quello firmato da Berino sono sostanzialmente uguali con qualche eccezione: un putto compare solo in uno dei due intarsi, nell'altro si vedono un ramo e un cespuglio alla base del tronco e il disegno delle fronde appare diverso nei due intarsi (Figure 6 e 7).

Fig. 6 - (dettaglio mobile Fig. 5).

Fig. - 7 (dettaglio mobile Fig. 1).


Per completezza aggiungiamo che, nel mobile in esame, lo stesso intarsio compare in controparte al centro dell'anta di destra (per chi guarda).
Ci si domanda come mai l'esecutore, se si tratta dello stesso artefice, abbia adottato due diverse soluzione grafiche per quanto simili. Si fa strada l'ipotesi che i due mobili siano stati eseguiti da due diversi ebanisti, i quali abbiano fatto riferimento entrambi alla stessa fonte iconografica, presumibilmente un'incisione (che non è stato possibile rintracciare), ma che l'abbiano utilizzata in modo diverso, l'uno (Berino) ispirandosi liberamente, l'altro facendone una trasposizione letterale  per entrambe le ante.
A conferma dell'ipotesi di due diverse mani, si nota anche una certa disparità nella qualità degli intarsi in avorio, che si associa a una più raffinata scelta delle essenze e dell'intarsio ligneo che contraddistingue il mobile firmato da Berino, come si può apprezzare anche dal confronto tra le figure 6 e 7 sopra.
L'intarsio sul piano della ribalta di quest'altro mobile raffigura il carro di Diana trainato da un cervo (Figura 8), altrove da una muta di cani, per evocare la vicenda di Atteone narrata da Ovidio nelle Metamorfosi.

Purtroppo, anche in questo caso, non è stato possibile reperire la fonte iconografica d'ispirazione.

Fig. 8 - (dettaglio mobile Fig. 5).


Possiamo per altro rilevare come non vi sia attinenza tra il soggetto raffigurato sul piano della ribalta - il carro di Diana, appunto – e quello raffigurato sulle ante – la raccolta delle mele – segno che questi intarsi rispondevano a un gusto prettamente decorativo senza rispecchiare un vero e proprio progetto iconografico.
Di notevole interesse è la scritta che compare incisa su una placchetta in avorio inserita nella lastronatura (Figura 9).

Fig. 9 - (dettaglio mobile Fig. 5).


Vi si legge: “All’Ill.mo Sig.rSig.r/ Proñ. Col.moIl Sig.r/ Marchese di voghera / Torino” che va  decifrata come segue: All’Illustrissimo Signor Signor [sic] Padrone Colendissimo Il Signor Marchese di Voghera (nota 3).
Il “Marchese di Voghera” si dovrebbe poter identificare in Francesco del Pozzo, figlio di Amedeo, con numerosi titoli e benemerenze presso i Savoia.
Trattandosi di un membro di una delle più importanti famiglie di Torino a metà Settecento, si suppone scegliesse i suoi fornitori di arredi tra i migliori ebanisti torinesi e ciò depone a favore del rango del mobile in questione.
A rafforzare questo convincimento si rileva la presenza di un tipo di bocchette già riscontrate per arredi piemontesi di alto livello.

(*)
Claudio Cagliero, restauratore di arredi lignei antichi, svolge attività di ricerca nel campo dell’ebanisteria piemontese. Laureato in Architettura ad indirizzo “Restauro e Valorizzazione” presso il Politecnico di Torino, è Perito e Consulente Tecnico del Tribunale di Ivrea (Torino) con speciale competenza sui mobili d’arte antichi e sugli arredi lignei policromi in genere, sul loro stato di conservazione e sull’intervento di restauro, ed è iscritto al Ruolo dei Periti ed Esperti per la C.C.I.A.A. di Torino con le specializzazioni in mobili d’arte antichi e restauri, arte piemontese ed ebanisteria, intagli, intarsi. Vive e lavora a Mathi Canavese (Torino).

   
   

Note

[1]
Questa è anche l'occasione per dirimere la questione del corretto cognome dell'ebanista che, contrariamente a quanto indicato nel precedente articolo e da altre fonti, optiamo definitivamente per chiamare Berino
Come Berino si firma, così lo cita Antonetto e così compare (Giacomo Filippo Berino deputato degli ebanisti) in un documento del 18 febbraio 1763, pubblicato da Giancarlo Ferraris, in cui viene respinta la richiesta di certo Giovanni Milanesio di essere ammesso ad esercitare l'attività di ebanista (Ferraris G., Pietro Piffetti e gli ebanisti a Torino dal 1670 al 1838, Allemandi, Torino, 1992, p. 275-277).
[2]
Sempre nel volume del 2010 si attribuisce a Berino anche una scrivania a ribalta (Antonetto 2010, op. cit., p. 299 n.2).
[3]
Devo a Claudio Cagliero, che ringrazio nuovamente, lo scioglimento del significato della scritta.

   
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