Mobili piacentini, cremonesi o...
di Andrea Bardelli
  Giugno 2017
   

Riprendiamo il discorso che avevamo iniziato a proposito di alcuni mobili sulla cui provenienza – se di ambito occidentale lombardo o piuttosto “brianzolo” - non era stato possibile giungere a conclusioni puntuali (Nota 1). Premesso che nemmeno ora saremo in grado di farlo, desideriamo fornire ulteriori elementi di riflessione mostrando altre immagini.

Partiamo da un classico cassettone lombardo del tipo “a urna” o “alla veneta” (Nota 2) che presenta non pochi punti di contatto con alcuni dei mobili esaminati nel precedente contributo: grande riserva ovale al centro della fronte con riquadrature ai lati, due per cassetto, “bavaglia” centinata che raccorda le gambe anteriori e, soprattutto, bordi profilati da una sequenza di tasselli di colore alternato chiaro e scuro (Figura 1).

 

 

Fig. 1 - Cassettone, Lombardia, 1760-80 circa,
Finarte 6-7 maggio 2009 n. 354.

La tentazione di collocarlo tra Piacenza e Cremona è forte, più per mancanza di alternative che per vera convinzione suffragata da riferimenti certi.

Così verrebbe da definire cremonese (o piacentino) il cassettone già orientato in senso decisamente neoclassico che però conserva il piede lievemente arcuato, quasi un piede a mensola allungato (Figura 2).

Notiamo che il bordo del piano mostra una sequenza di elementi geometrici alternati, una sorta di “lambrecchini”, giocando sul contrasto di legni chiari e scuri (Nota 3).

 

 

Fig. 2 - Cassettone, Lombardia, 1770-80 circa,
Semenzato dicembre 2000 n. 65.

Nella stessa tornata d'asta, quindi presumibilmente uscito dalla medesima dimora, è stato presentato un tavolino con la stessa impostazione decorativa: stessi materiali, stessa disposizione e soprattutto stesso bordo del piano (Figure 3 e 3 bis).
Il piano mostra due elementi intarsiati che lo riconducono allo stesso ambito sopra individuato; i due gruppi di strumenti musicali al centro delle rispettive riserve circolari portano a Cremona (Nota 4), mentre la sottile ghirlanda di campanule ci conduce tradizionalmente all'ebanisteria piacentina.

Fig. 3 e 3bis - Tavolo scrittorio, Lombardia, fine XVIII secolo,
Semenzato dicembre 2000 n. 53.


Troviamo una duplice composizione di strumenti musicali e spartiti anche sul piano di un cassettone (Figura 4), alla quale si associano il bordo decorato “a lambrecchini”, esili tralci floreali e alcune figure di animali. Per quanto riguarda queste ultime, le troviamo intarsiate in alcuni mobili piacentini Luigi XVI, talvolta direttamente inserite nel massello con la tecnica detta “a buio” molto usata in Piemonte. Al Piemonte ci fanno pensare anche i piedi in massello a zoccolo caprino che spuntano dalla gamba lievemente incurvata e lastronata. Con l'occasione mostro un secondo cassettone che è plausibile pensare possa essere uscito dalla medesima bottega (Figura 5).

Fig. 4 - Cassettone, Lombardia, metà circa del XVIII secolo,
Il Ponte ottobre 2003 n. 750.

Fig. 5 - Cassettone, Lombardia, metà circa del XVIII secolo,
collezione privata.


Non si pensi però di aver ristabilito un dato ordine e di poter così circoscrivere un certo numero di mobili all'ambito lombardo sud occidentale che può avere in Cremona una sorta di epicentro, ma che comprende anche Pavia e Lodi e si estende “oltre confine” fino ad includere Piacenza.

Apriamo un altro capitolo con riferimento a una ribalta che è comparsa nell'edizione dell'autunno 2016 di Mercanteinfiera a Parma (Figura 6).

Fig. 6 e 6bis- Ribalta, Lombardia, fine XVIII secolo,
Casa d'Aste Sammarinese.


Per il tipo di decoro, sebbene qui il cromatismo sia più acceso e compaiano anche profilature formate da tessere brunite a fuoco, lo possiamo mettere in relazione ai mobili fin qui esaminati, con particolare riferimento alle ribalte dalle quali siamo partiti nell'articolo qui richiamato in nota 1: la scansione della fronte attorno a una grande riserva ovale, lo spigolo laterale formato da tasselli di colore chiaro e scuro (sequenza cromatica ripresa nelle profilature) e la “bavaglia” centinata.
Che si tratti di un mobile “provinciale” lo si desume da un certo sovraccarico e dalla sopravvivenza della tipologia della ribalta, ormai superata in epoca neoclassica negli ambienti più evoluti.
Una particolarità di questo mobile è la presenza sullo schienale di un disegno piuttosto grossolano raffigurante un volatile e della sigla F. C. (Figura 6bis)
A una richiesta di chiarimenti circa la provenienza, mi vengono riferite due cose: che si tratta di un mobile tipicamente “comasco” e che lo stesso poteva essere attribuito al maestro di Giuseppe Maggiolini, al quale apparterrebbero le iniziali FC (non c'è stato verso di sapere né chi fosse il “maestro” in questione, né la fonte).
Verrebbe da sorridere, tuttavia le consuetudini stratificate nel mondo antiquario attorno ai “si dice” possono avere un fondamento di verità se poggiano sull'esperienza di schiere di antiquari e rigattieri che mai tradurranno le loro conoscenze in termini scientifici, ma che hanno sempre avuto il vantaggio di conoscere molto bene la loro zona e di operare sul campo e quindi di sapere esattamente le case da cui i mobili provenivano.
Mi riferisco in particolare alla dichiarata provenienza comasca, giustificata come fatto notorio, quasi scontato, che potrebbe riaprire il dibattito, in realtà mai chiuso, sulla provenienza di mobili di questo genere dall'Alto Milanese.
Circa la seconda informazione, anche se priva di fondamento in assenza di maggiori dettagli, ho voluto comunque fare qualche ricerca poiché la distanza tra Como e Parabiago (Mi), patria di Maggiolini (1738-1814), non è enorme, sia geograficamente che culturalmente.
L'unico maestro di Maggiolini di cui parlano le cronache è un certo Calati di Canegrate, un comune a nord di Milano e vicino a Parabiago, pressoché equidistante tra Comasco e Brianza.
Calati, di cui non si conosce il nome di battesimo, dirigeva il laboratorio di falegnameria del monastero cistercense di Sant'Ambrogio della Vittoria a Parabiago, all'interno del quale Giuseppe Maggiolini avrebbe ricevuto la sua formazione (Nota 5).
Il mobile meritava a mio avviso una segnalazione, pur rendendomi conto che - ammesso che il Calati si chiamasse Francesco o avesse un altro nome che iniziasse con la F - ricondurre a lui la sigla F.C. (che potrebbe significare qualunque altra cosa) e la ribalta in questione può apparire suggestivo, ma a dir poco azzardato.


Note

[1]
Vedi
[2]
Vedi
[3]
Sul mobile cremonese in generale, vedi; sui “lambrecchini” vedi
[4]
Per evitare accuse di determinismo, o peggio di semplicismo, diremo subito che le raffigurazioni musicali non sono una prerogativa di Cremona in quanto patria del violino - mobili con intarsiati strumenti musicali, ecc. sono presenti in tutte le regioni, probabilmente destinati alle “sale di musica” - tuttavia, nel contesto che stiamo delineando, pensare a Cremona è quasi obbligatorio.
[5]
vedi AAVV (a cura di E. Colle), Giuseppe Maggiolini un virtuoso dell'intarsio e la sua bottega a Parabiago, Parabiago (Mi) 2014, p. 13, p. 16-19.
Per pura cronaca aggiungo che la stessa ricerca ha identificato un falegname Calati Giovanni attivo a Canegrate nel 1873-1874 come si desume dalla Guida di Milano e provincia edita a Milano da Luigi Ticozzi.
Solo di recente ho potuto visionare una tesi di laurea (Francesca Maserati, Le commode di Giuseppe Maggiolini 1738-1814 esposte al Castello Sforzesco: colore, perizia e grazia, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore Ferdinando Mazzocca, AA 2006-2007) in cui (p. 2) viene pur citato il Calati come maestro di Maggiolini, ma viene citato anche un certo Michele Martinetti come direttore della scuola professionale di lavoratori del legno nello stesso monastero di Parabiago. L'autrice della tesi di laurea trae la notizia da cinque cartelle stenografiche intestate Senato della Repubblica – Ufficio Resoconti Parlamentari, relative al verbale della seduta del 1 ottobre 1965 in occasione dei 150 anni dalla morte di Maggiolini, conservate presso il Museo Carla Musazzi di Parabiago.

   
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