Una raccolta manoscritta di sonetti erotici
di Arturo Biondelli
  Pubblicato il 2 mag. 2016
   

Stava sepolto da almeno una vita sul pavimento polveroso della soffitta, là sotto una montagna di carte “inutili”, di biglietti, di lettere dal francobollo strappato, di giornali e di riviste spiegazzati, di pile di quaderni dei compiti, di ordinati libri manoscritti di geometria, là dimenticato tra mobili rotti, sbilenchi, gabbie per uccellare, corone di ferro per appendere i salami, vasi da notte… il quaderno manoscritto di poesia erotica che la famiglia Ricciardelli di Acquanegra sul Chiese (Mn) aveva buttato.

È il destino riservato a questo genere di poesia “immorale”, clandestina, che circolava manoscritta o su libri a stampa abusivi, su foglietti accuratamente piegati, che i giovani si passavano per alimentare fantasie, “brutti pensieri e azioni”, curiosità quanto mai “riprovevoli e dannose”, secondo la m orale repressiva del tempo. La pratica di questa letteratura manoscritta doveva essere diffusa, dicono gli studiosi, ma dei molti materiali prodotti resta assai poco. Così è divenuto quanto mai raro il manoscritto di Acquanegra, sopravvissuto non si sa come alle distruzioni sistematiche degli “scrupolosi”, termine usato da Giorgio Baffo per indicare i suoi acerrimi e puritani detrattori.
È un libro a brossura cucita, copertina di cartoncino grigio, centoventi pagine, del quale sono state fatte forse una dozzina di copie, ai primi decenni dell’Ottocento. L’annotazione volutamente criptica del copista recita: «A filare le maglie ho principiato il 7 giugno al dopo pranzo d’accordo una svanzica al giorno e le spese». È probabile che il copista lavorasse in qualche ufficio il mattino e il pomeriggio arrotondasse lo stipendio con queste mansioni? Seguono poi i nomi o i soprannomi dei destinatari: Bosio, Dal Miglio, Rozzi, Bigino, Agente e altri. Il conto delle spese è di duecento undici svanziche, cioè circa sette mesi di lavoro.
I poeti riportati nell’antologia sono Giorgio Baffo (1694-1768), che apre la raccolta con un gruppo consistente di sonetti, G. Battista Marino(1568-1625), Pietro Aretino (1492-1556) e, in chiusura, compare un calembour salace di G. Battista Casti (1724-1803). I componimenti di Cesare Giudici (1634-1724) costituisco il corpo più consistente, ma a differenza di altri non recano mai la paternità. Il Fra Pasquale di Domenico Batacchi (1748-1802) è solo parzialmente trascritto su un foglio volante piegato in quattro e inserito nel libro; la grafia è diversa e non fa parte della silloge. Resterebbero per ora escluse da qualsiasi paternità e possibilità di collazione non più di cinque composizioni. Sono forse inedite? In totale la raccolta comprende cinquantasette poesie. Mancano le pagine 65 e 66 perché il foglio è stato strappato.
Difficile è stabilire una datazione precisa della stesura del manoscritto. Potrebbe risalire alla fine 700, primi 800, perché oltre ad uno stralcio dalla Novella Tartara di Giuseppe Rillossi (1768-1822), pubblicata nel 1797, compaiono anche due sonetti di Filippo Pananti (1766–1837) che prima di essere pubblicati nella raccolta del 1803 a Milano, circolavano manoscritti già da tempo tra gli appassionati della materia. Le composizioni si collocano in un arco di tempo abbastanza ampio: dalla prima metà del XVI secolo, Pietro Aretino, alla fine del XVIII con i testi di Filippo Pananti.

È legittimo chiedersi quali siano i criteri di scelta seguiti nella stesura della raccolta. Apparentemente né quello dei contenuti, né quello della paternità, certo quello del gusto di un compilatore di fine Settecento: gli autori più rappresentati e variamente distribuiti sono Giorgio Baffo con sedici componimenti che recano puntualmente l’indicazione dell’autore, Cesare Giudici con ventuno, G. Battista Marino con undici. Il panorama letterario sembra dunque abbastanza ricco ma è soprattutto rappresentativo dell’epoca barocca. I caratteri delle composizioni sono variati: accanto ai sonetti licenziosi di G. Battista Marino, compaiono alcuni componimenti erotici di ispirazione vagamente arcadica; ballate goliardiche e sboccate, quali Il Festino di Nerone o Il Convento si alternano agli eleganti e osceni sonetti di Giorgio Baffo, espressi con arte impeccabile e leggerezza. Per tutti, ma il rilievo vale soprattutto per Giorgio Baffo, l’eros non è mai passionale, rappresenta una pulsione insopprimibile, necessitante che si libera anche nei momenti più critici e drammatici della vita: «Misera servitù d’un corpo umano!» si dice a proposito d’un condannato a morte omosessuale che si eccita nel vedere il culo del boia che lo sta per decapitare. La carne è innocente e mentre si inneggia ad una liberazione del bisogno erotico non viene mai meno il rispetto della donna; gli atti, i gesti non sono mai esercitati nella violenza e per tale via restano ancorati ad una valenza etica. Bella, non idealizzata e giocosa, è la descrizione delle meraviglie del corpo femminile:

«Senti pittor depinseme una Dona
Senza camisa cone Dio l’a fatta
Coi cavei biondi e colla coa desfatta
E con un fioretto in testa alla barona…»

Questa antologia è un originale unico composta da un acquanegrese colto e appassionato della materia? La questione per ora resta aperta, non fosse per l’assenza di una catalogazione abbastanza esaustiva di questa letteratura manoscritta e di studi più completi sulla sua diffusione clandestina. Quel che è sicuro è che proviene da un archivio privato di Acquanegra s/ Chiese. Questo “libretto” – così lo chiama l’estensore – anche se non svelasse inediti rappresenta una testimonianza preziosa sulla presenza e la pratica di tale letteratura in questa terra estrema della Serenissima.

Sonetto [autore ignoto]

Un certo amico mio, grinzo e barbuto
Che appena ha per spirar oncia di fiato
S’è fatto alfin marito, ed ha pigliato
Una che ha il ventre fino come velluto.
Io che sin da principio ho conosciuto
Che non era bocon per un sdentato
Con industria amorosa ho procurato
Di farne al dento mio dolce tributo.
Mi ringrazia il buon Uomo, e ha per onore
Che io gli sia tanto amico, e poi
Sia divenuto suo coadiutore .
La donna che fa anch’ella i fatti suoi
Dice che mi è obligata del favore
Ed io resto obligato a tutti doi.

Vantagi della mona
Baffo [?]
Sonetto

Gran beni che la mona al mondo fa!
Ella cava la fame agli affamai
Ella veste quei che che xe dispogiai
E allogio ai pellegrin ella ghe dà
Con certo liquoretto che la gà
Ella cava la se a chi è assirai
E la consola tutti i pascionai
E la ghe dà salute all’amalà
Me stupisco che tante gran nazion
E tra l’altre gli Egizi gente dotta
Abbia avù fin a bestie devozion
I ha adorà perfin la rana, e la marmotta
Il cazzo ancora ha avù le adorazion
E mai nessun no gà adorà la potta.

 

 

Note bibliografiche

Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi e dubbi amorosi, Stock libri, 1986.
Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi edizione critica e commento di Danilo Romeiwww.nuovorinascimento.org, 2013.
AA.VV. Tempietto di Venere: Scelta di prose e poesie erotiche di G. Battista Marino, (sezione: Sonetti galanti di altri autori), Londra senza data.
(Domenico Batacchi), Raccolta di nouelle del padre Atanasio da Verrocchio ... e del padre Agapito da Ficheto ... - Tomo primo, secondo e ultimo, Milano 1791-1798.
G. Battista Casti, Poesie liriche, (senza nome di stampatore), Milano 1803.
Cesare Giudici, La bottega de’ Chiribizzi, Milano 1685.
P. Del Negro, Baffo poesie,  A. Mondadori, Milano 1991.
Filippo Pananti, Epigrammi Madrigali e Novellette, edite e inedite del D. Filippo Pananti, (senza nome di stampatore), Milano 1803.
(Giuseppe Rillosi), Novelle dell’avvocato Rillosi, (senza nome di stampatore), Italia 1797.
S. Rosini, Zorzi Baffo, Venezia, Filippini Editore, 1995.

Nota: chi fosse interessato al manoscritto, soprattutto per motivi di studio, può contattare direttamente l'autore dell'articolo
a.biondelli@libero.it

 
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