Raro bronzetto veneto del primo seicento raffigurante Diana
di Attilio Troncavini

Febbraio 2017
   

Il tema dei bronzetti antichi meriterebbe una trattazione specifica che prima o poi affronteremo, ma cogliamo l'occasione di parlarne a proposito di una Diana transitata sul mercato antiquario e attualmente in collezione privata milanese (Figura 1).


Il soggetto è piuttosto consueto e mostra la dea con un quarto di luna in testa, armata di arco e frecce e accompagnata da un cane che ha l'aspetto di un cucciolo festoso piuttosto che quello feroce di chi si appresta a sbranare Atteone. Un foro nella mano sinistra mostra che la sculturina era completata da una freccia in metallo o altro materiale.
Come spesso accadeva questi bronzetti formavano la parte superiore di una coppia alari in bronzo (più raramente di altri manufatti) ed erano associati convenzionalmente per cui troviamo Giove e Giunone, Marte e Venere, ecc. E' quindi probabile che la nostra Diana fosse originariamente in compagnia di Apollo.

Sebbene il soggetto sia tradizionale nell'ambito della piccola scultura in bronzo veneta di epoca manierista, così come le forme, la postura e la presenza di un piccolo animale col significato di attributo, questa versione è piuttosto rara.



Fig. 1 - Bronzista veneto (Sebastiano Nicolini ?), Diana, bronzo h. cm. 25,
inizi XVII secolo, Milano, collezione privata.

Fig. 1 bis - “Quattro statuette mitologiche
(bronzi di scuola veneziana XVI e XVII se.)” Foto Alinari n. 38882.

Se ne conosce un solo esemplare presso il Museo Correr di Venezia, privo però dell'arco e del cane, qui (ultima a destra) in una fotografia Alinari databile al 1920-30 circa (Figura 1bis).

Quando si tratta di esaminare oggetti come questo si è assaliti da diversi dubbi per quanto riguarda epoca, provenienza e presunto autore. In assenza di analisi scientifiche sui materiali, tanto importanti quanto rare anche per ragioni di costo (se rapportate al valore dell'oggetto), ci si affida spesso all'esperienza diffusa sul mercato antiquario che guarda alla “patina” ossia all'aspetto esterno dal manufatto alla ricerca tracce di ossidazione e di segni di consunzione che siano coerenti con l'epoca presunta che va dalla fine del XVI alla prima metà del XVII secolo


Un altro aspetto importante da considerare è la qualità dell'esecuzione. Gli oggetti antichi erano realizzati con cura; i tratti e i particolari dovevano risultare ben definiti già in fase di fusione e successivamente rifiniti con tecniche a freddo, ossia con l'utilizzo di appositi strumenti per rimuovere sbavature e piccole imperfezioni (rinettatura).
Gli oggetti mal riusciti venivano in genere rifusi, ma non mancano nei musei bronzetti antichi con varie imperfezioni; inoltre, la “rinettatura” più accurata o l'aggiunta di dettagli quali i capelli (con tecniche di tipo incisorio proprie degli orafi) riguardavano i bronzetti “da esposizione” destinati agli studioli, non altrettanto i bronzetti d'uso come quelli da montare sugli alari.
Per quanto riguarda la provenienza, scongiurata l'ipotesi che si tratti di falsi tra Otto e Novecento, che potrebbero essere stati eseguiti ovunque, la maggior parte dei bronzetti di questo genere sono stati prodotti nelle officine venete, segnatamente padovane, ma anche veneziane e veronesi.

La situazione si complica quando si tratta di attribuirli a una bottega o a uno specifico scultore.
Anche in questo caso, domina l'approccio antiquario da connesseur che, pur non privo di meriti, tende a semplificare le questioni e a perpetuare definizioni convenzionali.
I nomi che più spesso vengono fatti sono quelli di Girolamo Campagna e di Nicolò Roccatagliata; in misura minore di Tiziano Aspetti e di quello che viene considerato il maestro di tutti, ossia Alessandro Vittoria.
Se si chiedesse a un gruppo di antiquari di identificare l'autore della Diana in questione, la risposta più ricorrente sarebbe: Girolamo Campagna e la sua bottega. Si veda in proposito un bronzetto raffigurante Venere Marina che gli viene attribuiti (Figura 2).
Un'altra opinione largamente condivisa è che tutte le botteghe producessero i medesimi soggetti, almeno quando si trattava di piccole sculture, che maestranze, modelli e calchi circolassero liberamente, che un allievo una volta aperta la propria bottega riproducesse cose già fatte dal maestro e così via.
Tratti comuni sono la figura spesso allungata, la posa “dinamica” e, almeno nelle figure femminili, il seno piccolo e la coscia formosa e robusta che trova riscontro nella pittura manierista (Parmigianino e Tiziano sono gli esempi più citati)(Figura 3).

Fig. 2 - Girolamo Campagna, Venere Marina, bronzo h. cm. 44,5,
New York, Metropolitan, inv. n. 68.141.19, dono di Irwin Untermyer (1968).

Fig. 3 - Parmigianino, Ninfa (particolare di Ninfe che si bagnano
o Bianca e Callisto), disegno, Firenze, Uffizi.


C'è un altro importante aspetto da considerare, sul quale solo da poco si sta facendo luce.
Raramente i bronzetti recano una firma o una sigla, ma a firmarli o a siglarli sono spesso il fonditore e non lo scultore (autore del modello in cera o creta). Forse solo lo scultore “vero”, ossia colui che lavorava il marmo, era solito firmare, mentre lo scultore “in bronzo” non si differenziava abbastanza dai fonditori [Nota 1]. Ciò rientra molto bene nella mentalità pragmatica dei veneziani in quanto la fusione era operazione complessa e costosa.
Troviamo questa e altre considerazioni che riprenderemo nel prosieguo in un saggio di Claudia  Kryza-Gersh tratto dagli atti di un convegno tenutosi a Venezia nel 2007, uno dei rari testi che affronta la materia in modo scientifico [Nota 2].
E' proprio la Kryza-Gersh a metterci sulle tracce del possibile autore della nostra Diana. che riteniamo possa essere non Girolamo Campagna, bensì Sebastiano Nicolini, figlio di Nicolò Roccatagliata.
Pare proprio che il Campagna non si sia mai occupato delle decorazioni bronzee delle sue opere, tanto meno, pensiamo, dei bronzetti e che ne affidasse l'esecuzione ai Roccatagliata, padre e figlio.
Inoltre, la versione della Diana che viene tradizionalmente assegnata a Girolamo Campagna - se ne conosce un esemplare in coppia con Apollo presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma (Figura 4) - è piuttosto diversa dalla nostra.

Troviamo invece alcuni termini di confronto che ci paiono abbastanza convincenti in alcune opere di Sebastiano Nicolini. Ci si riferisce agli Angeli che sormontano l'altare nella Nicopedia nella basilica di San Marco a Venezia (Figura 5, Nota 3) e, anche se in misura minore, a un bassorilievo nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, sempre a Venezia

Fig. 4 - Girolamo Campagna, Apollo e Diana, h. 54-55 cm., Roma,
Museo Nazionale di Palazzo Venezia, inv. PV 09318/19,
provenienti dalla collezione Barsanti (1934).

Fig. 5 - Sebastiano Nicolini, Angelo (uno di una coppia), ca. 1618,
Venezia, San Marco, altare della Nicopeia.

 

Note

[1]
Una situazione simile si riscontra, a distanza di circa 300 anni, in una fonderia milanese, la Fonderia Sacchi, che produce oggetti in bronzo a suo nome, mentre il nome dello scultore è ricavabile solo dagli archivi (vedi).
[2]
Claudia  Kryza-Gersh, Due altari seicenteschi a San Marco: Nicolò Roccatagliata e Sebastiano Nicolini, e la produzione di ornamenti in bronzo per le chiese veneziane, in AAVV, L'industria artistica del bronzo del Rinascimento a Venezia e nell'Italia settentrionale (atti convegno Venezia 2007), Scripta, Verona 2008.
[3]
Nel suo saggio (op. cit.), la Kryza-Gersh attribuisce l'altare della Nicopedia in San Marco a Venezia a Sebastiano Nicolini sulla base di alcuni confronti piuttosto stingenti, tra i quali quello con le statue bronzee di san Luca e san Giovanni di Sebastiano Nicolini che si trovano a Verona nella chiesa di San Giorgio in Braida. Osserviamo incidentalmente come i tetramorfi ai piedi dei santi trovino riscontro negli animali ai piedi degli dei dell'Olimpo nei bronzetti profani. La sigla B.B.F. Sul bordo della base dell'Angelo in San Marco si potrebbe sciogliere con Bernardin Bettarol Fecit (o Fusor), titolare di una bottega di “bronzer” acquistata nel 1627 dagli eredi di Catterina Mazoleni (la quale riceve pagamenti per l'altare della Nicopedia) presso la quale potrebbe aver lavorato attorno al 1618, data di esecuzione dell'altare.


   
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