Milano o Genova… o l’anello di congiunzione
di Manuela Sconti Carbone

Luglio 2019

Il ricercatore che opera nel settore del mobile antico spesso si interroga sulla provenienza di esemplari di pregevole fattura.

Quesiti per molti versi analoghi sono quelli che si pongono i periti antiquari allorché, nel tentativo di stimare il valore di un determinato mobile, valutano la coerenza stilistica e realizzativa per escludere si tratti di falso. Si tenga presente che, in linea di massima, a parità di fattura, tanto più si riesce restringere la fonte, al limite fino all’indicazione della bottega o del palazzo di provenienza, tanto più alto sarà il valore del mobile.

In ogni caso, che si tratti del ricercatore o del perito, si opera dapprima una ricerca archivistica, sebbene spesso non dia risultati apprezzabili.
Quindi, per tentare di dare risposte, nella maggior parte dei casi si è costretti ad utilizzare un metodo comparativo.

Si prosegue quindi con l'analisi del lungo elenco di testi, presenti in letteratura, dedicati ai mobili delle diverse regioni italiane.

In tali libri sono presentati esemplari paradigmatici, cioè i mobili che con un buon grado di certezza sono riconducibili ad una determinata area geografica o a specifici artigiani.

Grazie a questi testi, per comparazione si riesce a dare paternità ad una gran quantità di mobili.
Però, a partire dalla seconda metà del Settecento, l’applicazione della suddetta metodologia diventa più problematica. In primo luogo, le classi emergenti, in pieno fermento economico e culturale, ansiose di conquistare nuovi spazi e di dimostrare attraverso ricche dimore il proprio successo, viaggiano molto di più ed hanno frequenti scambi culturali.

Giuseppe Levati, progetto per la commode Serra, 1784.
Milano, Civico Gabinetto dei disegni, Raccolta Maggiolini


Inoltre, con l’affermarsi dello stile neoclassico, omogenizzandosi sia le forme sia le tecniche costruttive, le differenze fra i mobili appartenenti ai diversi territori diventano meno marcate.
Si consideri al riguardo la vicenda, realmente accaduta e documentata, riportata in Appendice, relativa ad un comò realizzato dalla bottega di Giuseppe Maggiolini, sita a Parabiago vicino Milano, per il Marchese Domenico Serra, ricchissimo banchiere genovese.
In questo lavoro si presenterà un corpus di mobili neoclassici di pregevole fattura, alcuni attribuiti alla Lombardia, altri attribuiti a Genova, altri senza attribuzione. Tale insieme presenta però forme e decorazioni così simili da rendere molto probabile un qualche elemento unificatore.

Le decorazioni
Per meglio inquadrare il corpus si introduce l’elenco delle decorazioni che i mobili presentati hanno in comune.
La ragione di tale inciso è data dalla rilevanza che esse hanno sui mobili della fine del Settecento. “La decorazione rappresenta l’elemento caratterizzante dell’ebanisteria neoclassica. Le linee eleganti ma rigorosamente geometriche del periodo concedono ben poco all’elaborazione formale, con la conseguenza di una notevole unità costruttiva sia fra le diverse tipologie, sia nella produzione delle varie regioni (nota1).

 

Corpus
Come anticipato, il corpus individuato è composto da un insieme di mobili, alcuni attribuiti alla Lombardia, altri a Genova, altri ancora senza un’attribuzione specifica:


Mobili attribuiti alla Lombardia

Fig. 2, Fig. 5, Fig. 7, Fig. 10, Fig. 12, Fig. 14, Fig. 15, Fig. 17

Mobili attribuiti a Genova

Fig.4, Fig. 8, Fig. 16, Fig. 19, Fig. 21, Fig. 22

Mobili senza attribuzione

Fig.1, Fig. 3, Fig. 6, Fig. 9, Fig.11, Fig. 13, Fig. 18, Fig.20

Le figure seguenti evidenziano che molti sono i motivi decorativi ricorrenti: in ogni figura, in bianco, è indicato il numero della decorazione presente. In particolare, fra le varie ricorrenze, si invita il lettore a prestare attenzione alle seguenti:

  1. tutti i mobili condividono la decorazione 2, quella con bordura a foglie d’acanto, con l’eccezione dei mobili di Fig. 6, 15 e 22;
  2. tutti i mobili condividono la decorazione 4, quella con bordura a campanule, con l’eccezione dei mobili di Fig. 6, 16, 20 e 21;
  3. numerosi sono gli esemplari che condividono la decorazione 19, il braciere all’antica, così come quelli che condividono il primo cassetto tripartito, corrispondente alla decorazione 1;
  4. comuni sono le decorazioni dei montanti a candelabra, decorazione 20, o a colonna scanalata, decorazione 22;
  5. un esemplare attribuito alla Lombardia (Fig. 10), un esemplare attribuito a Genova (Fig. 8) ed uno non attribuito (Fig. 9) condividono una decorazione molto simile, la n. 16, con figure incorniciate in un ottagono schiacciato nella parte centrale della facciata.

Tutte queste somiglianze non sono evidentemente dovute al caso.

Fig. 1: Civico Museo Sartorio, Trieste (fotografo Marino Ierman)

Fig. 2: G. Wannenes, Mobili d’Italia, Giorgio Mondadori, Milano 1984, tav. LIII

Fig. 3: Civico Museo Sartorio, Trieste (fotografo Marino Ierman

Fig. 4: Asta Wannenes, Genova, 15/5/2018, n. 619

Fig. 5: A. M. Necchi Disertori, Il mobile lombardo, De Vecchi Editori,
Milano 1992, pag. 218

Fig. 6: fonte Pinterest

 

Fig. 7: Asta Pandolfini, Firenze, 22/4/2015

Fig. 8: Piva&C, 2011 Collection, pag. 34

Fig. 9: Asta Della Rocca, Torino, 18/6/2002

Fig. 10: Asta Finarte, Milano, Febbraio 1999, n.46

Fig. 11: Fonte Pinterest

Fig. 12: Asta Boetto, Genova, n.141

Fig. 13: Asta Boetto, Genova, n.333

Fig. 14: Asta Boetto, Genova, n.141 (fianco del cassettone in Fig.12)

Fig. 15: Asta Boetto, Genova, Maggio 2001, n.384

Fig. 16: Asta Cambi, Genova, Settembre 2009

Fig. 17: Autori Vari, Arredi del Settecento, Artioli,
Modena 2003, pag. 223

Fig. 18: P. Pinto, Il mobile italiano dal XV al XIX secolo, De Agostini,
Novara 1962, tav. 41

Fig. 19: L. Caumont Caimi, L’ebanisteria Genovese del Settecento,
PPS, Parma 1995, pag. 290, n. 246

Fig. 20: Catalogo Collezione Pisa, vol. II, 1937, tav. CXCIII

Fig. 21: Asta Finarte, Roma Giugno 1998, n.289

Fig: 22: Asta Boetto, Genova Febbraio 2001, n.589

 

Come già espresso da Andrea Bardelli in “Cassettone neoclassico genovese… o Milanese”, sono ipotizzabili varie circostanze:

  1. Bottega lombarda: si può ipotizzare che tutti i mobili del corpus siano stati eseguiti da una stessa bottega lombarda; i mobili di gusto genovese in tale eventualità sarebbero stati realizzati per una committenza proveniente dalla Repubblica della lanterna, come ci insegna la vicenda di cui si è già detto relativa a Maggiolini e al Marchese Serra, suo committente.
  2. Bottega genovesehh 
    1. di artefice lombardo: è documentata la presenza a Genova di artigiani lombardi. Uno è Gaetano Renoldi, che si qualifica come “ebanista milanese abitante a Genova strada nuovissima”. Altro caso è quello di Antonio Mascarone di Cesano, la cui sigla è riconoscibile in uno stipo di Palazzo Bianco a Genova.
    2. di artefice genovese: Maggiolini tenne nel suo laboratorio una scuola di intarsio che vide la presenza di almeno trenta artigiani, provenienti sia da territori vicini che da ambiti più distanti. Certamente qualcuno di essi, dopo l’istruzione, mise su bottega. Non inoltre esclusa un’altra possibilità, riportata da Alvar Gonzales Palacios che riprende a sua volta le parole di Giacomo Antonio Mezzanzanica, primo biografo di Giuseppe Maggiolini “[…] possano esservi altri artefici, i quali sentendo, in quell’epoca, che lavori di tal genere erano ricercati e Maggiolini saliva in fama, si fossero impegnati ad imitarlo, senza possedere però parità di ingegno”.

Non va però trascurata un’ulteriore ipotesi:

  1. I mobili, sebbene realizzati da botteghe ed artefici diversi, hanno in comune il progettista, o, in maniera meno diretta, potrebbero ispirarsi ad una medesima origine. Celebri erano infatti i progetti di ornato eseguiti, solo per citare i più famosi, da Levati, da Gerli, da Albertolli. Rilevanti esemplari di mobili, conservati in importanti musei e dimore storiche, furono infatti eseguiti basandosi su progetti firmati da questi personaggi. I loro ornati, pubblicati e quindi noti in tutta Europa, potevano facilmente essere fonte d’ispirazione per molti. Del resto, secondo Beretti e Palacios, (nota 2) “[…] è consentito davvero dubitare che Maggiolini fosse in grado di disegnare. Quando diciamo che non sapeva disegnare intendiamo proprio questo: sapeva ricalcare un foglio o bucherellare uno spolvero ma non aveva la fantasia di un creatore. Era un artigiano di genio ma non un vero artista. […] Molti grandi ebanisti non erano, a quanto sappiamo, capaci di disegnare in modo accurato né avevano idee originali sugli ornamenti di un mobile né tanto meno sul suo aspetto architettonico. […] il mobile può addirittura essere derivato o copiato da un altro mobile. Un’idea può essere contraffatta, un disegno può essere riprodotto più volte, forse ad insaputa del suo legittimo proprietario. Tutto questo spiegherebbe il cospicuo numero di mobili maggioliniani che spesso appare di mediocre qualità e di epoca più tarda”.

L’autrice, consapevole di aver presentato proprie riflessioni piuttosto che risposte definitive, spera di stimolare la curiosità di altri ricercatori interessati a far luce sugli intrecci cross-regionali dei mobili neoclassici.


Ringraziamenti

Desidero ringraziare calorosamente:

  • Lodovico Caumont Caimi, per la disponibilità dimostrata ed il prezioso scambio di pareri sui mobili genovesi.
  • La Dott.ssa Laura Carlini Fanfogna, la Dott.ssa Lorenza Resciniti e la Dott.ssa Cristina Klarer per la disponibilità dimostrata, in particolare per aver voluto mettere a disposizione una ricca documentazione fotografica relativa agli arredi della sala da letto del Duca presenti nel Museo Civico di Villa Sartorio a Trieste .

Andrea Bardelli, per il continuo e fattivo supporto dato nel corso della presente ricerca.

 

Note

[1]
F. De Ruvo, S. Brogi, G. Morandi, Antico Finto Antico o in Stile, De Agostini, Novara 1997
[2]
Giuseppe Beretti, Alvar Gonzalez-Palacios, Giuseppe Maggiolini, Catalogo Ragionato dei disegni, inlimine edizioni, 2014, pagg. xxi-xxiii.


 

Appendice
“Un giorno Maggiolini consegnava in casa Borromeo un elegante lavoro, non so ben se fosse un tavolo, od un comò, e trovavasi presente il marchese Domenico Serra Genovese. Colpito questi dalla maestosità di quel lavoro: ecco, disse questo è l’artista che deve fare il mio canterano, e pregò Maggiolini che gli facesse, o facesse fare il disegno, raccomandandosi solamente che lo si facesse più ricco che fosse possibile. Maggiolini si rivolse al Levati, e ne ebbe varij, che però non riuscirono a soddisfare il genio del Sig. Marchese, il quale, alla presentazione di ciascun disegno replicava: più ricco ancora, più ricco. Levati non perdette la pazienza, anzi da quel buon uomo che era, mise a tortura tutto il suo ingegno, e riuscì a comporne uno che a tutta ragione poteva chiamarsi: l’estremo sforzo dell’arte del disegno intarsiabile. Questo mi piace, disse il Marchese nell’esaminarlo attentamente; eseguitelo al più presto, e non si badi a quanto possa ammontare la spesa; e cominciò ad antecipargli qualche migliajo di lire. Maggiolini, incoraggiato anche da questo bel tratto di magnanimità, si accinse tosto all’opera. Il lavoro presentava non poche difficoltà, poiché era un compendio di tutti i rami dell’arte, ma l’artista, colla sua inalterabile pazienza, ad una ad una, riuscì a superarle tutte, ed in modo mirabile, sicchè dopo circa un anno di lavoro, facendo e disfacendo, da molte braccia tutte interessate allo scopo, potè essere terminato e consegnato in casa Borromeo per la spedizione. Fu per varij giorni un via vai della nobiltà e celebrità artistiche di Milano, comprese, ben inteso, le LL.AA.RR., a vederlo, e si volle decisamente che fosse accompagnato a Genova dallo stesso autore, con carrozzone di casa Borromeo. […]. Venne loro pagato il canterano, che costò una ventina e più migliaia di lire, (1400 zecchini d’oro) venne regalato al padre un orologio, ed altro d’argento al figlio […]. Ne furono solamente questi che riportarono a casa, ma ben anco la commissione di altri diversi capi di lavoro per accompagnamento al canterano, che furono essi pure egregiamente eseguiti e tuttora si conservano a rendere testimonianza irrefragabile del lustro della casa e dell’abilità dell’artista. Dalla raccolta dei disegni, che ho sott’occhi, puossi argomentare che a Genova Maggiolini s’aprisse una ricca sorgente di lavoro […].

Giuseppe Maggiolini, la commode Serra in un’immagine fotografica
(gelatina ai sali d’argento) di Giulio Rossi del 1874 *


*Giuseppe Beretti: GIUSEPPE MAGGIOLINI 1784  LA COMMODE  PER DOMENICO SERRA,
http://laboratorioberetti.eu/giuseppe-maggiolini/giuseppe-maggiolini-1784-la-commode-per-domenico-serra/
 
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