Vizzo, un importante laccatore veneziano da scoprire....
di Manuela S. Carbone

Marzo 2018
   

Venezia per diversi secoli, fin da quando, nel tardo medioevo, è stata dominatrice incontrastata del Mar Mediterraneo, ha tenuto intensi scambi commerciali con il Levante, tanto da essere definita la “Porta d’Oriente” (Fig.1). L’intensità delle relazioni con popoli di diversa tradizione condizionò fortemente sia la cultura sia l’arte. Venezia rappresentò infatti un luogo unico, una città in cui si sviluppò una sintesi riuscitissima fra l’arte Occidentale e quella Orientale.

Fig. 1

Anche quando perse la posizione di monopolio commerciale in favore dei Portoghesi, la città lagunare continuò ad essere considerata una delle capitali europee del gusto.

Nel ‘700, periodo in cui la moda per la cineseria toccò in occidente il suo apice, a Venezia si sviluppò una grande produzione di mobili e suppellettili decorati in lacca con scene di vita orientaleggianti.

Opere uniche, dotate di uno stile inconfondibile, rielaborazione delle varie influenze attraverso il filtro della tradizione veneziana.

Nella Serenissima, i mobili dipinti e laccati venivano realizzati da una particolare categoria di artigiani, i cosiddetti “depentori” che, nel 1691, furono ufficialmente scorporati dagli artisti pittori, diventando una corporazione autonoma.

Nonostante tale riconoscimento, sebbene la qualità dei mobili laccati raggiunse livelli di raffinatezza particolarmente elevati, non essendo di uso comune firmare i manufatti, oggi poco si sa di questi depentori.


E’ quindi particolarmente raro il doppio corpo (Figura 2) presentato dalla casa d’aste Sotheby’s nel 1999: oltre ad essere di ottima fattura, questo esemplare reca la firma del suo depentore, Vizzo, soggetto “unrecorded”, nel senso che di esso non si hanno ulteriori informazioni (nota 1).
La Sotheby’s data il doppio corpo al 1740 (circa) e attribuisce alla stessa bottega altri due mobili non firmati: uno pubblicato in un testo di Clelia Alberici (Figura 3, nota 2), l’altro in un testo di Giuseppe Morazzoni (Figura 4, nota 3). In assenza di prove documentali, per stabilire la comune origine dei tre manufatti è stato applicato un metodo comparativo. Considerata la grande somiglianza dei tre esemplari, sono pochissimi i dubbi relativi alla comune origine degli stessi.

Fig. 2 - Dal catalogo di Sotheby’s

Fig. 3 - Dal libro di Clelia Alberici


Un altro mobile (Figura 5), esposto nell’Ottobre 2009 dalla casa d’aste Il Ponte, per la somiglianza con gli altri tre esemplari, è da ritenersi appartenente allo stesso insieme, quindi anche lui opera di Vizzo.

Fig. 4 - Dal libro di Giuseppe Morazzoni

Fig. 5 - Dal catalogo di “Il Ponte”

Considerato che le grandi committenze erano solite ordinare i bureau cabinet più preziosi in numero di quattro, il suddetto ritrovamento assume un particolare valore.
Oltre a tale scoperta, nel presente lavoro si intende estendere il metodo comparativo a manufatti diversi. Si mostreranno quindi due insiemi di opere che, a giudizio dell’autrice, per tipo di decoro, qualità, tratto realizzativo, potrebbero essere ricondotte alla stessa bottega.

La prima opera è un tavolo (Figura 6) pubblicato su un testo di Saul Levy (nota 4).

Il secondo insieme è rappresentato da una coppia di consoles (Figure 7 e 8) e da due piccoli tavoli conservati presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Fig. 6 - Piano del tavolo dal libro di Saul Levy

Fig. 7 - Fronte della console conservata presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna

Fig 8 - Piano della console conservata presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna

Tutte queste opere sono decorate con la stessa gamma cromatica e le figure sono caratterizzate da un medesimo tratto esecutivo, delicato, snello e sciolto

Otre a queste somiglianze di carattere generale, c’è una serie di particolari praticamente identici che ricorre in tutte le opere.

Analizzando dapprima i personaggi, si notino i calzari, a forma di babbuccia allungata, e la comune gestualità.

Passando agli oggetti, ricorrono il panneggio del drappo, le pagode, gli ombrellini, gli arabeschi e i treillages. Sono evidentemente troppe le somiglianze per credere che si tratti di una pura coincidenza,

 

Fig. 9
Tavolini conservati presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna

 


Sia però chiaro al lettore che non si pretende con ciò esprimere un giudizio definitivo, quanto piuttosto aprire ad una riflessione finalizzata a definire un metodo per la classificazione delle opere d’arte.
Se da un lato è infatti fondamentale perseverare nella ricerca di prove documentali, dall’altro si ritiene importante cercare ulteriori strumenti metodologici per un’adeguata, seppur non certa, attribuzione delle opere ove vi sia una convergenza di opinione fra gli studiosi.
A tal proposito, per concludere, mi fa piacere ricordare le parole di un illustre esperto, Alvar Gonzalez Palacios, importante punto di riferimento per tanti studiosi: “Resto ancora fra coloro che credono come lo storico dell’arte non possa e non debba vivere solo di documenti”.

 

Note

[1]
Sotheby’s, London, Wednesday 10 March 1999, The Italian Forniture, From the Estate of late Giuseppe Rossi, Volume I, item 93.
[2]
C.Alberici, Il Mobile Veneto, Milano, 1980, cat. 295, pag. 217.
[3]
G.Morazzoni, Il Mobile Veneziano del ‘700, Milano, 1958, Vol. II, pl. CDVIII.
[4]
S. Levy, Il mobile veneziano del Settecento, Novara, 1996, vol.II, Tav. 268.
[5]
A.Gonzales Palacios, Nostalgia e invenzione, Milano, 2010, pag. 9.

 

 
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