Il cristo portacroce di Pietro da Messina nella Collezione Cagnola
  Pubblicato il 2 nov. 2015
   

Presso la Collezione Cagnola di Gazzada (Va) è conservato un dipinto che rappresenta un Cristo portacroce (Figura 1) attribuito a Pietro da Messina o Pietro da Saliba (talvolta erroneamente indicato come Resaliba [Nota 1].

Fig. 1 Pietro da Messina, Cristo portacroce, tavola cm. 50 x 39,5, Collezione Cagnola, Gazzada (Va), inv. DI.35


Figlio di una sorella del celebre Antonello da Messina e di Giovanni, intagliatore in legno, si forma presso la bottega di Jacobello, figlio di Antonello da Messina, insieme al fratello che si chiamava anche lui Antonello (da Saliba); di quest'ultimo ci occuperemo in una prossima occasione in relazione all'attività di intagliatore del padre.
Ad Antonello da Saliba è stato a lungo attribuito il dipinto di Gazzada, prima dal Berenson e poi dal Ciardi, mentre l'attuale attribuzione a Pietro da Messina si deve all'Arslan.
Esaminiamo il dipinto della Collezione Cagnola da due punti di vista molto particolari: a) l'identificazione del paesaggio cittadino che compare dietro la figura principale, b) il confronto con altre versioni note.
Per quanto riguarda il primo aspetto, dietro la spalla sinistra del Cristo, compare uno scorcio di paesaggio urbano che si potrebbe facilmente identificare come una città ideale, la Gerusalemme celeste. Grazie a una ricerca effettuata da Omar Petilli, è invece possibile ipotizzare che si tratti di Messina. Infatti, accostando un’antica miniatura del XV secolo alla città dipinta da Pietro da Messina si possono evidenziare almeno tre elementi simili: la cattedrale nelle forme antiche, un campanile e una grande struttura fortificata alle spalle (Figura 2).
Il Duomo, edificato nel 1197, era stato profondamente modificato durante il XVII secolo per poi essere riportato all'originario stile normanno dopo il terremoto del 1908 e ancora dopo i bombardamento del 1943. Per questo motivo, l'aspetto attuale non si discosta di molto, a parte l'aggiunta del transetto, da quello dipinto da Pietro da Messina.

Fig. 2 Confronto tra un dettaglio del dipinto di cui alla figura 1 e una miniatura della città di Messina,
Roma, Biblioteca Nazionale, fondo Vittorio Emanuele, n. 55.

Venendo al secondo aspetto, ossia alle altre versioni dello stesso dipinto, assai simile a quello della collezione Cagnola è un Cristo portacroce che si differenzia proprio per il diverso scorcio di città in alto a destra (Figura 3 ). Questa versione, oggi dispersa, era di proprietà dell'antiquario romano Paolo Paolini nel 1935; fu attribuita a Jacobello nel 1957 da Berenson e nel 1980 da Giovanni Previtali (il quale giunse a ipotizzare una collaborazione tra lo stesso e il padre Antonello) [Nota 2].
La mancanza di un paesaggio sullo sfondo caratterizza una terza versione (Figura 4 ), segnalata sul mercato antiquario parigino come “attribuito ad Antonello” dopo aver fatto parte della collezione Delaroff [Nota 3]. Rispetto alla versione Cagnola e a quella “già Paolini”, non solo il fondale è completamente scuro, ma non si vedono le dita della mano destra che afferrando il bordo della Croce.

   

Note

1
Boskovits Miclòs-Fossaluzza Giorgio, La collezione Cagnola. I dipinti, Nomos, Busto Arsizio (Va) 1998, p. 146. Ivi altri riferimenti contenuti in questo articolo e una bibliografia.
2
Notizie in: D'Angelo Enzo, Il Cristo alla Colonna di Antonello da Messina al Louvre. Antonello, ultimo atto,
http://www.realtasociale.it/archivio/dangelo/cultura/antonello/dangeloAntonUltimo.htm).
3
Avevamo fatto un brevissimo cenno a questi due ultimi dipinti, rimandandone l'analisi a questa sede, a proposito del precedente contributo dedicato all'iconografia del Cristo porta croce. Si vedano le due versioni (ivi Fig. 3 in basso) tratte da  Antonello da Messina, Classici dell'Arte n. 10, Rizzoli, Milano 1967, p. 101-102, attribuite a Jacobello di Antonello (ubicazione ignota) e “ad Antonello” (già collezione Delaroff, mercato antiquario parigino).
Per la cronaca, il testo di cui alla nota 1 (Boskovits-Fossaluzza 1998) parla di una versione in collezione privata romana attribuita ad Antonello da Messina (citando la fotografia n. 23997 della Fototeca del Kunsthistorisches Institut di Firenze). Si riferisce alla versione Paolini ?
Per contro riferisce le attribuzioni di Berenson (1957) e Previtali (1980) alla versione a fondo scuro già Delaroff, coinvolgendo una quarta versione, sempre a fondo scuro, di ignota ubicazione.

   
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