Aristide Papi (1901-1983) pittore e scultore
di Anna Maria Fumagalli

  Settembre 2018
   

Papi Aristide nasce a Parma il I° aprile 1901 da Roberto e Artemisia Papi (Figura 1), una famiglia benestante con un ben avviato negozio di barbiere ed una latteria nel centro di Parma.

Intelligente e sveglio, fin da bambino si fa notare per la sua inclinazione verso tutte le forme d’arte e per un certo spirito ribelle e ben determinato nelle sue scelte.

 


Figura 1 Aristide Papi in una foto giovanile.

Obbedendo al volere dei genitori, che vedevano in lui, unico figlio maschio, il proseguimento delle loro attività, accettò di seguire i corsi della scuola tecnica Governativa di Parma, studi che, pur non consoni al suo carattere, ultimò brillantemente diplomandosi nel 1915 con grande soddisfazione della famiglia.
Crescendo con l’età, maturava però in lui la consapevolezza delle sue vere inclinazioni. Il suo carattere, il suo spirito ribelle e contestatore, gli diedero alla fine il coraggio di contrastare il volere della famiglia ed alla fine, ultimati gli studi, riuscì a strappare ai genitori il permesso di iscriversi all’Istituto delle Belle Arti di Parma dove da subito si segnalò come uno dei più brillanti studenti.
Nel 1919 conquistò il diploma d’onore al I° anno del corso di figura e nel 1920, saltando un anno, ottenne il diploma del Regio Istituto di Belle Arti in Parma - III anno, corso speciale figura: un diploma che oggi si potrebbe paragonare ad una laurea.
Nel frattempo, aveva collaborato a vari giornali studenteschi scrivendo lettere ed articoli polemici e critici sul mondo accademico contemporaneo.
La sua concezione idealista e romantica del mondo lo spinse, nel 1921, a partecipare come volontario al “Corpo di spedizione Italiano nel Mediterraneo Orientale” col grado di caporale (bersaglieri) traendone però una amara delusione che lo portò a provare disgusto per tutto quanto concerneva il mondo militare. A Sokia, contrasse infine la malaria e venne congedato (27.4.1922) tornando a Parma e riprendendo a dipingere.
Nel 1923 partecipò al “ XII concorso al premio artistico perpetuo” con numerose opere ottenendo una “Menzione onorevole”, vendendo tre dipinti a privati mentre un altro venne acquistato dalla  Regia Pinacoteca “porcellane”.
In quel periodo uscirono anche articoli su di lui su numerosi giornali, segnalandolo come una “futura promessa”:
Il Piccolo (28.3.1923)
L’Avvenire d’Italia  (13.11.1923)
La Gazzetta di Parma (15.11.1923)
La giovane montagna (21.11.1923)
Il meridiano (5.11.1923)
Il Piccolo (11.11.1923).
Espose poi a Salsomaggiore meritandosi un altro articolo su  Il Piccolo.
Ottenne anche qualche lavoro: nel 1923 disegnò la copertina per l’Almanacco Illustrato 1924 dell’Istituto Missioni Estere di Parma; proseguì lavorando a Parma e nell’Appennino Parmense dove risedette a lungo presso il parroco di Tosca eseguendo disegni e lavori di restauro per la parrocchia (Figura 2).

Fig. 2 - Aristide Papi, autoritratto, olio su tela, anni Venti XX secolo.


Sognatore, di carattere impetuoso e contestatore, nel corso degli studi aveva conosciuto una compagna di qualche anno più giovane: Laura Cravosio, figlia di un colonnello dell’esercito.
Dopo svariate vicende, superando contrasti con i rispettivi genitori che non vedevano di buon occhio la relazione, i due giovani ottennero il permesso di sposarsi e negli anni tra il 1925 ed il 1930 si trasferirono a Milano.

Contestando il fascismo, pur non aderendo ad alcuna ideologia particolare, ad un certo punto il Papi prese la ferma decisione di smettere di dipingere ed a Milano trovò lavoro come direttore artistico della ditta Cav Nicola Rossi (rilievi plastici e topografici). Qui fu regolarmente assunto dal 1931 fino al 1935, poi, per contrasti sulla gestione del lavoro, continuò a lavorare per loro solo come collaboratore esterno.
Poco tempo prima, ammalatasi la moglie di tubercolosi e nella ricerca di un luogo più salutare, si erano trasferiti a Malnate dove la moglie aveva trovato lavoro come insegnante.
Aggravandosi la malattia della moglie, progettò e fece costruire una casa mobile in legno che installò a Varese, su un terreno in affitto in via Montello per vivere in un ambiente più sano.
La moglie stessa, sentendosi prossima alla morte, fece in modo che il Papi accettasse di sposare, dopo la sua morte, Maria Gandini, una giovane varesina dal carattere solare, semplice e pratico che in quel periodo la aiutava nelle faccende di casa e che riteneva adatta a seguire suo marito.
Dopo la morte della prima moglie ed il secondo matrimonio i Papi trasferirono la casa al Sacro Monte su un terreno da poco acquistato e nel 1937 nacque loro figlio Vivi.

Da allora e per tutto il periodo della guerra Papi restò al Sacro Monte.
Pur vivendo in un luogo abbastanza isolato, e desideroso di una vita tranquilla e lontana dalle vicende politiche che non condivideva, ebbe comunque modo di frequentare gli ambienti del borgo conoscendone seppur marginalmente gli esponenti religiosi e artistici (il Pogliaghi e Mons. Del Frate principalmente) e le persone che durante la guerra erano sfollate lassù.
In quel periodo difficile, il padre mantenne la famiglia con lavori saltuari: coltivava assieme con la moglie l’appezzamento di terreno che circondava la casetta, ricominciò a dedicarsi all’arte realizzando dipinti e sculture, intagliava il legno, inoltre si recava saltuariamente a Milano nella ditta Rossi con cui continuava a collaborare e contemporaneamente si dedicava alla ricerca di pezzi antichi che rivendeva a collezionisti.

Riprendendo a dipingere, riportava sulle tele vedute del Borgo, dei luoghi attorno e delle cappelle (Figura 3).

Continuò a dipingere anche alla fine della guerra, ma solo per sua soddisfazione personale: quadri solari e di liberazione.
Di quel periodo vi è un articolo interessante del 1947 su L’Ammonitore (31.01.1947).

 

Fig. 3 - Aristide Papi, Sacro Monte, 1940 circa.


All’inizio degli anni Cinquanta, contestando la situazione politica che si andava creando, lentamente si allontanò dall’arte, smise di dipingere e accettò di lavorare presso una clinica creata dal Dott. Bonacina a San Fermo di Varese che accoglieva nella sua struttura bambini con problemi nella crescita, divenendone, per tre anni, il direttore responsabile.
Chiusa anche questa esperienza, accettò da una famiglia facoltosa di Milano di seguirne il figlio con problemi di autismo, trasferendosi a Varese in una loro abitazione, e contemporaneamente iniziò ad aiutare il figlio indirizzandolo al lavoro di fotografo.

Il figlio nel 1980 gli dedicò questa fotografia che è stata anche esposta in una mostra del 2003 al Liceo artistico Frattini di Varese (Figura 4).

 

Figura 4
Vivi Papi, ritratto di Aristide Papi, fotografia, 1980.

Alle fotografie di Vivi Papi (1937-2005) è dedicata una mostra inaugurata il 25 agosto presso il Battistero di Velate (Varese) e visitabile fino al 16 settembre 2018.

 

Sofferente di cuore ed ormai invecchiato, Arisitide Papi morì a Varese il 24 giugno del 1983.

Le sue opere (disegni, dipinti e gessi) sono quasi tutte conservate presso la famiglia, tranne le poche che vendette e alcune che nel tempo furono donate ai parenti [Figura 5].

Fig. 5 - Aristide Papi, natura morta, olio su tavola 57 x 68, 1930 circa.

La famiglia possiede anche il gesso relativo a una scultura in bronzo (1947) che dovrebbe trovarsi presso la sede della società Ericsson di Stoccolma (Figura 6].

Fig. 6 - Aristide Papi, giovane che soffia in una conchiglia, bronzo, 1947, Stoccolma, L M Ericsson.

 
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