Le porcellane del Brigadiere Francesco Securo
di Gianni Giancane

Maggio 2017
       

Le più importanti manifatture ceramiche napoletane nel primo quarto dell’Ottocento, non considerando la Real Fabbrica Ferdinandea ormai in fase di chiusura ed attiva solo nei primi anni del secolo, erano rappresentate dai Giustiniani, dai Migliuolo e  dai Del Vecchio.
Tuttavia nello stesso periodo una fabbrica particolare e di certo interessante, solo apparentemente “minore”, fu quella del Brigadiere Francesco Securo (o Sicuro o Seguro), la cui attività, condizionata da una nutrita serie di eventi storico-politici ed economico-sociali, ebbe luogo per un lasso di tempo molto ristretto, dal 1818 al 1822 circa. Pertanto i manufatti giunti sino ai nostri giorni sono piuttosto difficili da reperire, anche perché non sempre siglati con il marchio di fabbrica specifico (che comunque, quando presente, è costituito dalle lettere FSN, con la diagonale della N posta al contrario e che stanno appunto per Francesco Securo Napoli), e di conseguenza spesso frettolosamente attribuiti ad altri opifici.

Chi era costui
Francesco nacque a Messina nel 1746 da Antonio Sicuro e Maria Franchi, compì gli studi allievo di Andrea Gallo, “pubblico professore di matematiche nel Collegio Carolino di Messina” (nota 1) il quale nel 1768, viste le particolari attitudini e bravura dell’allievo, gli conferì il prestigioso incarico  di incidere a bulino su rame alcune vedute della città di Messina. Ne realizzò 21 (Figura 1), tutte splendide per raffinatezza d’esecuzione, alcune delle quali furono riprese da Jean Hoüel e che, facenti parte dell’importante collezione di quest’ultimo, il “Voyage Pittoresque” (Parigi 1783),  presto sbarcarono oltralpe con enorme successo.

Fig. 1 - La “Loggia dei Mercanti di Messina”, costruita nel 1589 da Giacomo Del Duca e distrutta dal terremoto del 1783,
in una delle 21 incisioni del Securo “Vedute e Prospetti Della Città di Messina” .


Volendo proseguire gli studi si recò a Napoli dove intraprese contestualmente due differenti percorsi: uno, presso la corte dei Borbone, abbracciando intorno al 1777 come ricorda il Novi (nota 2) e perseguendo un’eccellente carriera militare fino al grado di “Brigadiere” (equivalente oggi a quello di Generale) ed un altro artistico-architettonico,  allievo del grande architetto Ferdinando Fuga.  

Qui continuò la sua attività di incisore e presto iniziò quella ancor più meritoria di architetto con la costruzione di strade, piazze ed edifici nell’hinterland napoletano, per passare poi  nella capitale borbonica dove nel 1778 realizzò il “Teatro del Fondo” (dal nome della società militare Fondo di Separazione dei Lucri), oggi più noto come Teatro Stabile Mercadante. Nel 1781 avviò la sistemazione di Piazza Mercato  per poi costruirvi, nel 1786, la Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato (Figura 2) unificando due preesistenti chiese in un unico edificio (nota 3).

Fig. 2 - Piazza Mercato con l’impianto ad esedra e al centro
la Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato (Fonte web Granmirci.it).


In questa stessa piazza edificò le due Fontane-Obelischi, dette anche “Fontane del Seguro” (Figure 3 e 4), più volte oggetto di atti vandalici e nel 2016 ritornate all’antico splendore, la Fontana dei Leoni, e restaurò nel 1788 la Fontana Maggiore già opera di Cosimo Fanzago.

Fig. 3 - Una delle fontane dopo il restauro del 2016 (fonte web napoli.repubblica.it);
oggi purtroppo nuovamente deturpate (volti imbrattati).

Fig. 4 - Una delle fontane-obelisco in un dipinto di Vincenzo Caprile
(Napoli 1856 – ivi 1936) “Mercato di Pasqua a Napoli”.


Tra un palazzo e l’altro si cimentò pure in un’impresa della quale non è poi noto il risultato.
Tale impresa consisteva nel tentativo, estremamente difficile, di svolgere gli antichi papiri ercolanensi (il noto corpo di 1880 papiri ritrovati nel 1752 in una villa di Ercolano, probabilmente appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, arrotolati e carbonizzati a causa dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.)e pertanto, come risulta da fonti d’archivio che lo scrivente ha avuto la fortuna di scorgere,  la mattina del 31 maggio del 1787 il Sig. Abate Don Mattia Zarillo riferì all’Accademia addetta a quelle Antichità presso il Museo  Ercolanense a Napoli (dove si era recato “per devenire alla interpretazione dè già sviluppati dal celebre Padre Antonio Piaggio Scolopio…”), che “l’ingegniere (!) militare Don Francesco Securo Messinese noto già per tante sue opere… erasi esibito di svolgere in un anno con nuovo metodo tutti i detti papiri…”. Dallo stesso documento si scopre che effettivamente l’Accademia dette all’architetto un papiro, uno dei migliori e più facili da svolgere, creando giuste speranze nel mondo accademico di allora (nota 4).
Da architetto, Francesco Securo fu poi artefice nel 1798 del rifacimento della facciata di una prestigiosa costruzione iniziata nel 1775, quella di Palazzo Salerno (Palazzo del Principe di Salerno, Leopoldo Giovanni Giuseppe di Borbone, sedicesimo figlio di Ferdinando IV) in Piazza Plebiscito, sulle precedenti strutture di due vecchi conventi, e successivamente, intorno al 1790, costruì l’edificio della caserma della “Gran Guardia di Cavalleria”, di forma semicircolare ed in perfetto stile neoclassico a colonnato, sulle vecchie fortificazioni di Castel Nuovo, demolito poi nel tardo Ottocento.
Ed è proprio con quest’opera che il Securo ebbe un legame particolare. Egli infatti era anche un militare, colonnello - sicuramente “Brigadiere” nel 1819 (nota 5) - del  Real Esercito ed i suoi compiti istituzionali lo videro prima addetto alla “Regia Fonderia” e successivamente “Ispettore della Fabbrica delle Armi”. Molto legato ai Borbone, che lo avevano eletto da diverso tempo ad architetto di corte, ma in veste più specifica di militare d’alto grado, non fece mancare mai un importante supporto a Ferdinando IV nelle sue “movimentate” e ben note vicissitudini storico-geo-politiche tra la fine del Settecento e i primi anni del nuovo secolo, e seguì il Sovrano nel periodo di permanenza in Sicilia tra il 1806 ed il 1815 prima del definitivo ritorno a Napoli.
Rientrato nella capitale, mantenendo sempre il ruolo di militare, dette vita ad un vecchio progetto che gli stava molto a cuore, la fabbricazione di terraglie e porcellane con materiali “indigeni”, lui che già era stato “tra gli artisti componenti la pianta della  Real Fabbrica Ferdinandea per il 1772 col soldo di 15 ducati al mese”, così come riferito dal Minieri-Riccio (nota 6) e notato un secolo dopo dal Donatone (nota 7).

Le motivazioni, la fabbrica, gli eventi
Tutto ebbe inizio con una “Memoria” accompagnata  da alcuni pezzi di vasellame grezzo (non è dato sapere dove li avesse realizzati) di porcellana, posti in una cassettina insieme agli “ingredienti di base”, “Quarzo, Fespato, Argilla, Caulin,…” che il Nostro inviò a S.E. Ministro Marchese de Tomasi, per tramite del Cav.re Ruggiero,  il 2 ottobre 1816 (nota 8).
Fece presente che essi avevano ricevuto solo una prima cottura, non avevano la vetrina di copertura, e che avendo osservato da vicino la fornace della fabbrica esistente (il riferimento era chiaramente espresso per quella impiantata dal Poulard-Prad (nota 9) nel 1807 presso il Convento di Santa Maria della Vita, già confiscato ai Carmelitani l’anno precedente) non la riteneva idonea per i manufatti che egli voleva produrre (nota 10).
Poiché lo scopo primario del Securo era quello di fondare egli stesso una piccola fabbrica di porcellane, e ritenendo il Poulard-Prad un duro ostacolo verso il suo progetto, addusse significative giustificazioni sul suo dire e fare. Innanzitutto fece presente come le porcellane del “francese” non fossero di perfetta qualità, ma soprattutto, da buon militare, tirò fuori l’ardore patriottico e facendo su questo significativa leva,  sostenne che le stesse erano prodotte con una “pasta” proveniente dalla Francia e pertanto straniera, costosa, e “manipolata da forestieri”.
Il Securo, riccamente dotato di “cognizioni mineralogiche, e chimiche…” inserì oculatamente nel suo  percorso progettuale l’utilizzo di materiali “indigeni” da estrarre nelle Terre del Regno, quelle più vicine, quindi facilmente reperibili e a costi molto più bassi di quelli importati dall’estero (leggasi Antichi Stati, ma anche dalla Francia) o da territori sì del Regno, ma lontani dalla capitale.
Ribadì come già nel 1804 avesse avanzato stessa proposta a S.M., accolta positivamente dal Sovrano,  e come solo gli eventi bellici dell’anno successivo lo avessero obbligato a “rientrare” dal suo intento ed occuparsi della Montatura d’Armi nel ruolo che militarmente rivestiva. Ma “…ora che le circostanze felici dello stato concorrono ad animare i progressi delle arti e delle manifatture… ” (riferito al periodo della supplica) dovevano esserci le giuste condizioni, a suo dire, per l’accoglienza di quanto richiesto e tutto questo per il bene sociale ed economico del regno.
Circa un anno dopo, con una nota del 2 settembre 1817, il Real Istituto d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali, dopo aver fatto esaminare da figure competenti i saggi ed i materiali inviati dal Securo, e conseguente nota rimessa dagli esperti all’Ente con rapporto del  7 luglio (nota 11) nella quale certificavano la provenienza indigena dei materiali nonché la bontà dei lavori  del Colonnello (quindi non ancora Brigadiere), riconobbe valide le motivazioni della supplica. Il R.I.  propose pertanto al Sovrano di versare al Nostro la somma di 300 ducati, da restituire dopo un anno se i successivi risultati non fossero stati pienamente soddisfacenti, e concedergli un ambiente del soppresso “Monistero di Monteverginelle” dove costruire idonea fornace per la cottura.
Finalmente nel 1818 S.M., con “Lettera del Min. dell’Int. del 15 Luglio 1818, N° 862”(nota 12), assegnò al Colonnello quanto proposto dal Real Istituto purchè i saggi venissero eseguiti sotto il controllo dell’ Istituto stesso. Il Securo, come si evince da una lettera scritta al Principe di Cardito, Presidente del Real Istituto, probabilmente nel dicembre del 1818 (nota 13),  chiese altre due  stanze, attigue al locale della fornace, pur ingombre di vetrerie ma di fatto da altri non utilizzate, per poter preparare adeguatamente la pasta.
Francesco coronò la sua carriera da ufficiale con la promozione a  Brigadiere il 12 Maggio 1819, ma oltre il successo militare egli attendeva con impazienza un altro importante evento, evento che si manifestò  quando gli furono  riconosciuti dal Real Istituto l’eccellente qualità dei manufatti realizzati (era da migliorare solo la vernice) e il vantaggio che la sua fornace apportava per la popolazione napoletana, potendo questa acquistare a minor costo e con più ardore patriottico  dei “lavori di porcellana nazionali” (nota 14).
Tali manufatti vennero marcati con le iniziali, incusse nella pasta, R.I. (Real Istituto) che di fatto ne era diventato una sorta di sponsor anche nell’ottica di una forte contrapposizione politica con gli stranieri (i francesi) i quali importavano nella capitale materiali e prodotti finiti non decorati con “avvilimento dell’onore nazionale”, soprattutto in considerazione dei gloriosi fasti che aveva vissuto la tradizione ceramica napoletana da Carlo III in poi.
Con una nota del 16 maggio 1819 il Brigadiere dettagliò in maniera completa e certosina tutte le spese da lui sostenute per l’avviamento della manifattura, pari a 726 ducati e 14 grana.
Il Ministro agli affari Interni, acquisito il parere determinante del R.I., ritenne pertanto che il Securo, avendo questi sostenuto spese per oltre 700 ducati onde impiantare la fornace, i mezzi, i materiali necessari, i modelli e le forme (nota 15), andava altresì rimborsato, meritoriamente, della somma eccedente i 300 ducati già percepiti ed intervenne presso il Sovrano con distinta nota del 28 maggio  chiedendo a S.M. di dar esito a tale richiesta.
Ma il Sovrano da quell’orecchio pare non volle sentire…
Come evidenziato dalla studiosa Carola-Perrotti, l’importanza del “notamento” fatto dal Brigadiere va molto al di là della semplice contabilità intrinseca (nota 16). Infatti nel suo “scrivere” elencò minuziosamente e con completezza assoluta le opere costruite (oltre a tutti i supporti materiali e logistici necessari alla loro realizzazione!) riportandone gli aspetti composito-costruttivi e stilistico-formali. Tali peculiarità sono risultate di estrema importanza e negli ultimi anni utilizzate dagli studiosi per l’attribuzione più corretta di alcuni manufatti del Securo, in precedenza assegnati erroneamente ad altri opifici (vedi in seguito “Caffettiera a botte”).
Per tutto il 1819 e la prima parte del 1820 non vi furono altri eventi significativi e la fornace produsse  sì oggetti in porcellana sperimentale, ma ancor più terraglie (di certo vi fu una parallela ed alquanto più significativa produzione in terraglia, anzi  oggi meglio documentata dai pur non molti manufatti a noi giunti).
Ma già dalla metà di quell’anno qualcosa stava cambiando.
Non adeguatamente sostenuto dalla Società Reale Borbonica, che si limitò ad esortare S.M. all’incoraggiamento della giovanissima fabbrica (in prospettiva politico-nazionale) ma che si defilò dall’esprimere giudizi tecnici sulla “bontà” delle opere adducendo una generica non competenza, ebbe tuttavia il sostegno  dell’Intendente della Provincia che intervenne presso il Ministro per gli Affari Interni con una nota del 23 giugno.
Eppure in tale nota si legge, con negativa sorpresa, che il Securo era tra quanti  dovevano “sloggiare” dal Monastero di Monteverginelle, che andava restituito all’Ordine Ecclesiastico dei Chierici Regolari Minori della Pietra Santa.
Il povero Brigadiere, sgomento,  dovette manifestare, probabilmente con animo di sudditanza militaresca, l’accettazione dell’evento, ma chiese, senza mezzi termini,  la restituzione di quanto da lui speso per l’impianto della fornace, gli ormai noti 726 ducati.
L’Intendente, nella nota, prese comunque netta posizione a favore del Securo, ed evidenziando la buona qualità delle porcellane prodotte, in particolare di alcuni “vasi etruschi i quali gareggiano collo Estero”, chiese al Ministro di far restare il Nostro nei locali del Monastero, quanto meno in attesa dell’insediamento dei religiosi, o in alternativa di conferirgli un congruo indennizzo onde smontare il tutto e spostare altrove la sua fabbrica.
Preso atto di quanto esposto dall’Intendente, il Ministro inoltrò al Re (presumibilmente nel luglio del 1820) una sorta di résumé della situazione con riportati i pareri dei precedenti (Società Reale  ed Intendente) accludendo anche alcune opere del Brigadiere realizzate in porcellana con i famosi “materiali indigeni” e che dalla nota risultano:
-Un vaso grande dorato con ritratto di S.M.,
-Due tazze in bianco per conoscersi la materia,
-Altra tazza e piattino grande dorata e dipinta con figure, Altra simile per caffè.
Tutti marcati R.I., ossia Real Istituto (nota 17).
Sempre negli stessi giorni il Securo inoltrò ulteriore memoria al Ministro in cui ribadiva tra l’altro,  l’esistenza di altri oggetti giacenti presso il Ministero degli Affari Interni, tra cui “…un Digiuné, un gruppo in Bisqui, ed altri vasellami verniciati in bianco…” (nota 18).
Il Ministro nella nota inviata al sovrano si limitò a perorare la causa del Securo dal sol punto di vista tecnico, riconoscendo valide ed importanti le opere uscite dalla fornace del Monistero di Monteverginelle, mentre era ben consapevole che  le vicende storico-politiche del regno non deponevano affatto a favore del nostro Brigadiere!
Il sovrano infatti non poteva non modificare quanto operato negli anni precedenti ed in particolare i faticosi rapporti con il clero (espropriazioni alla Chiesa effettuate nel “decennio francese”), ed era anzi obbligato a rivedere la sua politica amministrativa su più fronti (sono certamente noti i reiterati “ripensamenti storici” di Ferdinando ed il suo continuo cambiare “facilmente idee in corso d’opera”, a seconda dei venti al momento spiranti…).
Proprio in quel determinato contesto temporale erano forti le motivazioni che indussero il Re ad aver bisogno dell’appoggio del clero  e pertanto il Monastero delle Monteverginelle andava  assolutamente restituito alle autorità ecclesiastiche, e nello specifico ai Religiosi della Pietra Santa (nota 19).
La Ragion di Stato ebbe ragione di tante fatiche ed il Nostro vide sfumare anni ed anni di dure ricerche - in una petizione datata 15 aprile 1818 affermò di aver impiegato 32 anni per scoprire e recare a perfezione la vernice nera vellutata dei vasi Etruschi e l’altre rossa e bianca resistenti all’azione degli acidi… (nota 20) - impegno, difficili prove sperimentali che avevano per altro  partorito degli ottimi prodotti ceramici, né furono sufficienti gli stretti rapporti col Sovrano, la precedente ed importante  attività artistico-architettonica,  né la sua valenza ed i suoi “gradi militari”, ma si sa “Parigi val bene una messa”, come aveva già recitato molto tempo prima qualcun altro…, un altro Borbone…
Né ci è d’aiuto oggi ricordare le travagliate vicende successive allo sgombero (nota 21) da quella fabbrica che il Securo aveva fortemente voluto e sentito sua, anche se per così poco tempo.
Perché è veramente avvilente dover raccontare che il Nostro, malgrado l’appoggio aperto dell’Intendente e del Ministro, andò incontro a meschine trattative, a lui imposte, onde ridurre a soli 200 i 400 ducati che avrebbe dovuto ottenere per giusto indennizzo (ricordiamo che 300 li aveva già percepiti all’inizio quale “incoraggiamento” alla sua sperimentazione). Come evidenziato dalla Carola-Perrotti (nota 22), nel 1824 egli non accettò tale offerta, e inasprito da una lite giudiziaria che i “Chierici Regolari Minori della Pietra Santa” gli intentarono, innalzò le sue richieste, chiedendo inoltre la restituzione delle porcellane sperimentali che aveva inviato a suo tempo a S.M.
A due anni di distanza, nel 1826, probabilmente stanco  e sicuramente sfiduciato soprattutto nei confronti di coloro verso i quali aveva sempre mantenuto il ruolo di fedele servitore (le Reali Maestà, pur con l’avvenuta successione di Francesco al padre Ferdinando ormai morto), accettò l’esito definitivo del contenzioso che portò i giudici a concedergli  300 ducati, richiesti dal Nostro quale atto risolutivo.
Ed ancor più rammarica sapere che solo 100 furono i ducati effettivamente ottenuti dal Securo (nota 23), direttamente e con Reale Ordine di S.M., Consiglio di Stato del 16 Dic. 1826 e che ben pensarono (triste e vergognosa considerazione!) i Chierici Minori (nota 24) - detti Caracciolini in onore del loro fondatore San Francesco Caracciolo -  a non versare mai i restanti 200  al Brigadiere, né ai suoi congiunti, così come da obblighi acquisiti in fase sentenziale, malgrado le suppliche inoltrate dalla moglie Margherita Scafati e dalla figlia Marianna a partire dal 1828 (nota 25) e nel 1831 dalla sola figlia, ormai unica erede (nota 26).
Ma intanto tra 1827 ed il 1828 Francesco Securo, lavoratore  indefesso,  incisore, architetto, Brigadiere del Real Esercito Borbonico, ceramista, e quant’altro, uomo dall’illuminata, vulcanica e poliedrica mente, non respirava più l’aria del nostro pianeta.
E a noi piace ricordarlo con le parole che il Novi gli dedicò: “…Ma tante speranze si dileguarono innanzi alle pratiche dè frati e si chiuse così questa splendida, ma dolorosa, epopea del Securo, uomo intelligentissimo, appassionato della patria prosperità, dotto nelle arti e nelle scienze e degno davvero di miglior fortuna” (nota 27).

 

Alcuni esempi della produzione ceramica
Tranne la tazzina col piattino (vedi ancora nota 17) non è pervenuto ai nostri giorni, purtroppo, altro materiale realizzato con quegli ingredienti indigeni sui quali era stato fondato il progetto, le ormai note  “Porcellane sperimentali del Brigadiere”, siglate R.I. E la stessa “sopravvissuta” produzione in terraglia non è affatto copiosa, tutt’altro (!);  pertanto reperire sul mercato antiquario oggetti marcati F.S.N.,  o attribuibili con certezza al Nostro, risulta piuttosto difficile.
In questa sede, provenienti da una raccolta privata, analizziamo due opere in terraglia, una certamente di Francesco Securo e l’altra, che personalmente attribuisco al Nostro per le motivazioni di seguito esplicitate.

Caffettiera con decoro a paesaggi
Manifattura Francesco Securo, Napoli, 1819-1822 ca (Figure 5-5a).

Fig. 5 - Caffettiera in terraglia bianca,
con dipintura paesistica monocroma
pulce al recto, marcata F.S.N.
Fig. 5a - Il verso della caffettiera con decoro simile, ma non perfettamente uguale.


Motivo dell’attribuzione:  Marchio incusso nella pasta costituito dalle lettere F.S. allineate ed N sottostante in posizione centrale con la diagonale ad andamento NE-SW, tipico della manifattura,  invece che NW-SE come da tipologia ordinaria della lettera N (Figure 6-7).
Dimensioni:  cm 19 (larghezza max) x 8,5 (Ømin)  x 13 (Ømax) x 23,5 (h).
Stato di conservazione: una sbeccatura (non invasiva) ed una piccola frattura rinsaldata, complessivamente buono, ma priva di coperchio.

Fig. 6 - Parte inferiore della base d’appoggio
con marchio incusso.

Fig. 7 - Dettaglio del marchio F.S.N. che sta per Francesco Securo Napoli e non “Fabbrica Savarese” come sosteneva erroneamente il Carafa Di Noja nella seconda metà del XIX secolo. Tra l’altro non risulta da fonti d’archivio una manifattura dell’epoca con quel nome ( Donatone, op. cit. pag. 103).

Descrizione e considerazioni tecniche
Corpo  piriforme con attacco rastremato alla base; piede con leggero gradino e filetto sottostante in  rosso; collo appena svasato, segnato da una serie di tre cerchi filettati in rosso, due dei quali in prossimità dell’orlo  e separati da lieve cordolo,   l’altro tra collo e corpo inferiore della caffettiera.
Becco dal profilo a doppia curva, pronunciata, scandito da solchi  e filetto rosso sui rilievi e/o incavi.
Manico mistilineo con attacchi fitomorfi, di cui quello superiore a sette petali e quello inferiore a tre; parte superiore impreziosita da altri elementi vegetali ed interessante piccola protuberanza  esterna destinata ad una ottimale presa anatomica; tutti filettati in rosso (Figure 8-9-10).

Fig. 8 - Dettaglio dell’attacco superiore del manico al corpo della caffettiera


Fig. 9 - Idem per la parte inferiore.

Fig. 10 - Dettaglio del motivo fitomorfo sulla parte alta dello stesso

 

Decoro con due paesaggi monocromi pulce, uno per lato, simili nell’impianto grafico e nella proiezione prospettica, con manufatti antropici immersi in un agreste ed aggraziato contesto, tra campi, arbusti, alberi e volatili nel cielo (Figure 11-11a).

Fig. 11 - Decorazione dipinta in monocromo pulce su uno dei fronti (recto) della caffettiera.


Fig. 11a - Analogo motivo dipinto al verso.

La caffettiera appartiene ad una produzione tipica della fornace; dello stesso modello sono stati> pubblicati altri due esemplari dal Donatone (nota 28) che, decorazione a parte, presentano caratteristiche stilistico-formali praticamente uguali (in particolare l’esemplare di fig. 233 è assolutamente identico nella forma, struttura e dimensioni) (Figura 12).

Fig. 12 - Le caffettiere simili (h cm 25) pubblicate da Guido Donatone (op. Cit. fig. 232 – 233).


Caffettiera a botte
Manifattura Francesco Securo,   Napoli,  1819-1822 ca (Figura 13).
Motivo dell’attribuzione: analisi stilistico-formale per comparazione e confronto con altre caffettiere (praticamente uguali a parte il decoro) già presenti in letteratura specializzata (nota 29).
Dimensioni:  cm 19 (larghezza max) x 7,5 (Ø base) x 7,8 (Ø collo)  x 11 (Ø max) x 13,8 (h).
Stato di conservazione : una piccolissima vecchia sbeccatura, complessivamente ottimo, ma priva di coperchio.

Descrizione e considerazioni tecniche
Corpo  “a botte”, meglio “a botticella”, viste le dimensioni legate a  quelle delle caffettiere piccole, mentre il modello grande doveva essere alto ”palmi 1”, all’incirca 26 cm (nota 30); collo e base scanditi da una serie di  undici cordoli concentrici.
Becco a doppia curva, poco pronunciata, caratterizzato da solchi nella zona dell’attacco con il corpo, e motivo decorativo fitomorfo sovrastante, presente su entrambi i fronti, interno ed esterno (Figura 14).

Fig. 13 - Caffettiera “a botte
attribuibile a Francesco Securo.

Fig. 14 - Dettaglio del becco della caffettiera con i due motivi decorativi differenti.


Manico nastriforme dal profilo esterno a gradino rialzato, liscio nella parte interna, legato al corpo da una coppia di splendidi mascheroni antropomorfi medusoidi con grosso e curioso naso  aquilino
(Figure 15-16-17).
Priva di decorazione, monocroma bianca.

 
Fig. - 15 Dettaglio del manico con un significativo gradino in rilievo, pronunciato ma aggraziato, che conferisce geometrica dinamicità e comfort ergonomico ideale. Fig. 16 - L’attacco del manico al corpo della caffettiera con due interessanti mascheroni antropomorfi. Fig. 17 - Dettaglio del mascherone in cui si nota chiaramente anche lo smalto di copertura sul corpo ceramico (vetrina).  


Molto elegante, soprattutto nella semplicità e purezza delle linee, la caffettiera presenta naturali segni d’uso, comprovati scientificamente dalla “crettatura” che solo tempo ed utilizzo possono conferire ad un manufatto ceramico. Maggiormente evidente nella parte interna della caffettiera (Figura 18) che sicuramente avrà ospitato bevande calde (non si può escludere il the), il cretto (dovuto alle sollecitazioni meccaniche legate alla temperatura che agisce in maniera differenziata tra corpo ceramico e smalto) presenta andamento più deciso e concentrato sul fondo e sulle pareti della caffettiera, mentre sull’orlo appare, con andamento sub orizzontale, sottile e poco significativo come è corretto debba essere (la caffettiera non poteva certamente ospitare la calda bevanda sino all’ultimo centimetro).

Fig. 18 - Interno della caffettiera con “craquelé” ad andamento differenziato tra le varie sezioni.

   


Relativamente all’attribuzione, è doveroso segnalare che la Carola-Perrotti ha riassegnato al Securo  una caffettiera in terraglia di identico modello (nel Museo Correale di Sorrento), in precedenza attribuita dal Rotili ai Giustiniani (Figura 19) (nota 31), sulla base della descrizione  fatta dal Brigadiere per la corrispondente versione in porcellana (vedi ancora nota 30), e previo accertamento del marchio di un'altra caffettiera analoga, individuata dalla studiosa, siglata inequivocabilmente FSN (nota 32).

Fig. 19 - Caffettiera senza marca (fonte Mario Rotili, op. cit. – tav XXX), riassegnata dalla Carola-Perotti al Securo, dopo l’erronea attribuzione dello stesso autore ai Giustiniani. Alta 20 centimetri presenta motivo decorativo tratto da uno dei “Capricci” (figure) di Salvator Rosa. I motivi “rosiani” sono presenti tipicamente nella produzione del Brigadiere, anzi come riporta il Donatone “…si riscontra per ora solo nel suo repertorio...
(G.Donatone , Op. cit., pag. 105).

   
 
 

Note

[1]
Dizionario Universale della Lingua Italiana ed Insieme di…, Carlo Ant. Vanzon, Palermo 1841, tomo 7, pag. 435.
[2]
Camillo Minieri Riccio – Giuseppe Novi  “Storia delle Porcellane in Napoli e sue Vicende – Gli Artefici… -   Le Fabbriche… - Le porcellane…”, pag. 263, Ristampa anastatica, Forni edit. 1980 (già in G. Novi “La Fabbricazione della Porcellana in Napoli e dei Prodotti ceramici affini” -  Memoria Accademia Pontiana del 23 dic. 1878).
[3]
Su volere di Ferdinando IV il Securo progettò un’esedra sul lembo esterno della piazza per ottimizzare la sistemazione delle botteghe artigianali ivi presenti e che in quell’anno erano andate a fuoco a causa di uno spettacolo pirotecnico in piazza; anche le chiese erano state distrutte dall’incendio ed il nuovo edificio di culto fu inserito al centro dell’esedra.
[4]
In Antologia Romana, Tomo Decimo Terzo, Stamperia di Gio. Zempel presso Santa Lucia della Tinta, Roma 1787, Num. LIII, Giugno 1787, “Arti Utili”, pag. 423.
A distanza di 250 anni circa si tenta ancor oggi di risolvere il problema dell’interpretazione del contenuto degli antichi papiri legato all’impossibilità di srotolarli senza distruggerli; ma, oltre gli studi e tentativi fatti nella seconda metà del ‘900 e quelli più recenti e “moderni”, è notizia del gennaio del corrente anno 2017 che si sta tentando un nuovo approccio utilizzando la luce di sincrotrone “Esrf (European Synchrotron Radiation Facility)” in uso a Grenoble, una sorta di Tomografia ai raggi X, grazie allo studio di alcuni ricercatori italiani guidati dal Prof. Vito Mocella del CNR di Napoli. In pratica tale metodo consentirà finalmente la lettura degli antichi papiri (senza doverli aprire, si sbriciolano!) attraverso fasci di elettroni che penetrando nell’involucro ed opportunamente “rielaborati” consentiranno il riconoscimento di lettere, parole, frasi.
[5]
In “Statuti del Real Ordine Militare di San Giorgio della Riunione, Napoli 1819”, risulta il “Brigadiere” Francesco Securo, nominato  “Cavaliere di Dritto” con regio decreto del 7 ottobre 1819, mentre il Securo non era presente (in vero con nessun grado) nel precedente decreto del 25 aprile; anche in “Almanacco della Real Casa e Corte per l’anno 1826”, dalla Stamperia Reale, Napoli 1825, pag. 149, risulta la nomina del Brigadiere Securo a Cavaliere di Dritto dell’Ordine di cui sopra.
[6]
C. Minieri Riccio – G. Novi,  Oper. Cit.,  pag. 64 (già in C. Minieri Riccio “Gli Artefici ed i Miniatori della Real Fabbrica - dalla Porcellana di Napoli” - Memoria Accademia Pontiana del 3 e 17 marzo 1878).
[7]
G. Donatone “La terraglia napoletana 1782-1860” pag. 104, Grimaldi edit., Napoli 1991.
[8]
Angela Carola-Perrotti “Le Porcellane napoletane dell’Ottocento”, Grimaldi, Napoli 1990, pag. 89-90, già in Archivio di Stato in Napoli, Ministero dell’Interno, II inv., fas. 559.
[9]
Vedi
[10]
Angela Carola-Perrotti, “Porcellane e Terraglie napoletane dell’Ottocento” in “Storia di Napoli”, Cava dei Tirreni, 1972, IX, pag. 877; Angela Carola-Perrotti “Le Porcellane napoletane dell’Ottocento”, Grimaldi, Napoli 1990, pag.71.
[11]
C. Minieri Riccio – G. Novi, Oper. Cit., pag. 259 (già in G. Novi “La Fabbricazione della Porcellana in Napoli e dei Prodotti ceramici affini” -  Memoria Accademia Pontiana del 23 dic. 1878).
[12]
Ibidem, pag. 260.
[13]
Ibidem, pag. 260.
[14]
In “Giornale Enciclopedico di Napoli, Tomo IV , Napoli 1820”,  a pag. 236  “Notizie Letterarie”, troviamo un Estratto delle adunanze del Reale Istituto d’Incoraggiamento, da Giugno 1819 a Novembre 1820 che così recita: - Il socio onorario Sig. Brigadiere Francesco Securo essendosi occupato dello stabilimento di una fabbrica di porcellana con materiali del nostro Regno, ha presentato i primi saggi ottenuti, tra quali si osserva un grande ed elegantissimo vase (vaso) con diverse tazze di ogni grandezza, che sì per la qualità del Biscuit, che per la delicatezza dè colori ed eleganza delle forme, fa sperare che finalmente, dopo altri sperimenti, verremo sottratti dalla necessità di servirci di materiali stranieri per questo genere di manifatture -.
[15]
A. Carola-Perrotti “Le Porcellane napoletane dell’Ottocento”, Grimaldi, Napoli 1990, Documento 3/b, pag. 91-93).
[16]
A. Carola-Perrotti, Op. cit., pag. 72.
[17]
Di  tutti i pezzi in porcellana sperimentale del Securo siglati R.I.,  esiste ad oggi una sola testimonianza, una tazza con piattino, miniati da Francesco Landolfi (tazza) e Salvatore de Mauro (piattino), presso il Museo Capodimonte a Napoli, come individuato e riportato dalla Carola-Perrotti (A. Carola-Perrotti, Op. cit., fig.301, [qui FIGURE a e b].

Fig. a - Tazza (decoro di Francesco Landolfi) e piattino (decoro di Salvatore De Mauro), unico documento ad oggi pervenuto delle porcellane sperimentali del Securo, siglate R.I. (fonte A. Carola-Perrotti, Opera cit. Parte Terza – Le porcellane sperimentali prodotte con << materiali del Regno>>, fig. 301). Fig.b - Il piattino miniato dal De Mauro con la N sormontata da corona ed R.I. incusse in alto nella pasta, non visibili in foto (fonte A. Carola-Perrotti, Opera cit. Parte Terza – Le porcellane sperimentali prodotte con << materiali del Regno>>, fig. V).

Tale ritrovamento conferma la presenza presso  la fornace di Monteverginelle di diversi importanti artisti, modellatori, decoratori, i quali, chiusa la fabbrica del Poulard-Prad e a braccia ferme, “…disertarono dal Turnè (Giovanni Tourné), succeduto in parte ai dirittti del Prad il 18 maggio 1818, e si recarono a prestar l’opera loro nella Manifattura di Monteverginella” come riportato dal Novi (op. cit., pag. 263).
[18]
A. Carola-Perrotti, Op. cit., pag. 73 e 94.
[19]
E, seppur determinante, non fu questa la sola motivazione. Infatti il consistente flusso migratorio di mani esperte e qualificate verso la giovane fabbrica, vista dagli artisti disoccupati come una grande opportunità di ripresa, indusse una decisa reazione dei concessionari della Manifattura Reale i quali videro probabilmente nel Securo una concreta minaccia alla loro attività e ai loro privilegi, e convinsero ancor più  il  Sovrano  a muover  ostative decisioni volte a precludere, anche definitivamente, le pur lodevoli “iniziative ceramiste” del Brigadiere.
[20]
C. Minieri Riccio – G. Novi, Oper. Cit., pag. 260 (già in G. Novi “La Fabbricazione della Porcellana in Napoli e dei Prodotti ceramici affini” -  Memoria Accademia Pontiana del 23 dic. 1878).
[21]
Ne uscì il 16 novembre del 1822, previa Sentenza del Consiglio di Stato del 6 agosto, come ci ricorda il Novi (C. Minieri Riccio – G. Novi, Oper. Cit., pag. 262; già in G. Novi “La Fabbricazione della Porcellana in Napoli e dei Prodotti ceramici affini” -  Memoria Accademia Pontiana del 23 dic. 1878); ricordiamo pure che con Decreto Reale del 30 luglio del 1822, a seguito “…dello scioglimento totale delle armate di terra e di mare e formazione delle nuove…” D.R. del giorno precedente, il Securo era stato riassegnato  “Brigadiere alla 3^ classe”, (mantenendo probabilmente il comando dell’Isola di Capri che già da alcuni anni deteneva). (“Serie con Alfabeto dè Reali Decreti Ministeriali ed Atti del Governo Contenuti nel Giornale di Palermo nell’Anno 1822” – Foglio Straordinario).
[22]
A. Carola-Perrotti, Op. cit., pag. 74.
[23]
Correttezza e completezza d’indagine impongono una precisazione. Fonti d’archivio (A. Carola-Perrotti, Oper. Cit., Appendice IV, Docum. 5/a, pag. 95) e l’autorevole parere della studiosa (stessa opera, pag.74) depongono a favore dell’effettiva ricezione della somma discussa (100 ducati). Ma un altro studioso, Luigi Mosca nella sua famosa ed importante opera “Napoli e l’Arte Ceramica…”, Napoli 1963, pag. 155, asserisce invece che nessuna somma, …ad accrescere i dolori di quei derelitti…, fu mai ottenuta dal Brigadiere o dai suoi eredi, neppure i cento ducati.
[24]
Non so quanto possa giovare al lettore, ma ritengo opportuno segnalare che i Chierici, insediatisi nel 1823, furono a loro volta cacciati via dal Monastero di Monteverginelle nel 1865…
[25]
Il Sovrano, Consiglio di Stato del 16 dic. 1828 (C. Minieri Riccio – G. Novi, Oper. Cit., pag. 262),  non accolse le richieste perché i 200 ducati  erano stati già attribuiti da una apposita Commissione Esecutrice, verso la fine del 1826, ai Religiosi affinché fossero poi da essi rimessi nelle mani del Securo, previo sgombero dei locali da lui occupati (come in realtà il Brigadiere aveva già da tempo effettuato).
[26]
Ed è alquanto toccante quanto si legge nella supplica inoltrata nel 1831 dalla figlia Marianna al Sovrano  per il tramite dell’Intendente della Provincia (A. Carola-Perrotti, Op. cit. pag. 95-96).
La situazione di sopraggiunta indigenza della figlia Marianna è poi chiaramente documentata nel “Giornale  Del Regno Delle Due Sicilie” – Notizie Interne del 24 Aprile 1831, pag. 368, in cui si legge che Donna Marianna Securo doveva produrre i necessari documenti, per il tramite del proprio parroco, onde attestare lo stato “celibe” e quello d’indigenza ed accedere all’assegno mensile dell’orfanotrofio militare di cui ormai, suo malgrado, faceva parte.
[27]
(C. Minieri Riccio – G. Novi, Oper. Cit., pag. 263; già in G. Novi “La Fabbricazione della Porcellana in Napoli e dei Prodotti ceramici affini” -  Memoria Accademia Pontiana del 23 dic. 1878).

[28]
G. Donatone “La terraglia napoletana 1782-1860” fig. 232 -233, Grimaldi edit., Napoli 1990.
[29]
Ibidem, fig. 224 e 225.
[30]
Il corrispondente modello in porcellana sperimentale era alto “palmi 1, diametro maggiore ½ palmo, e diametri minori 3 di palmo con molti cerchi, pagato Ducati 1,50”, come si evince dalla nota inviata dal Securo il 16 maggio 1819 (A. Carola-Perrotti, Op. cit., pag. 92). Pensi il lettore che formare  il solo modello in gesso era costato 1 ducato!
[31]
Mario Rotili,  La Manifattura Giustiniani, con aggiornamento di Antonella Putaturo Murano, Edizioni Scientifiche Italiane, Ercolano 1981, Rotili, tav. XXX.
[32]
G. Donatone “La terraglia napoletana 1782-1860” pag. 111, nota 6, Grimaldi edit., Napoli 1990.

 

Bibliografia citata

Antologia Romana, Tomo Decimo Terzo, Stamperia di Gio. Zempel presso Santa Lucia della Tinta, Roma 1787, Num. LIII, Giugno 1787.

Statuti del Real Ordine Militare di San Giorgio della Riunione, Napoli 1819.

Giornale Enciclopedico di Napoli – Quattordicesimo Anno di Associazione – Tomo IV, Ottobre, Novembre, Dicembre - Napoli 1820.

Serie con Alfabeto dè Reali Decreti Ministeriali ed Atti del Governo Contenuti nel Giornale di Palermo nell’Anno 1822.

Almanacco della Real Casa e Corte per l’anno 1826” dalla Stamperia Reale, Napoli 1825.

Giornale  Del Regno Delle Due Sicilie n° 91 – Notizie Interne – Napoli 1831.

Dizionario Universale della Lingua Italiana ed Insieme di…, Carlo Ant. Vanzon, Tomo VII Palermo 1841.

Angela Carola-Perrotti, “Porcellane e Terraglie napoletane dell’Ottocento” in “Storia di Napoli”, Cava dei Tirreni, 1972.

Luigi Mosca, Napoli e l’Arte Ceramica – dal XIII al XX secolo – Fiorentino Edit. Napoli, 1963.

Camillo Minieri Riccio – Giuseppe Novi  “Storia delle Porcellane in Napoli e sue Vicende – Gli Artefici…  -   Le Fabbriche…  - Le porcellane…”, Ristampa anastatica, Sala Bolognese, Forni edit. 1980.

Mario Rotili, La Manifattura Giustiniani, con aggiornamento di Antonella Putaturo Murano, Edizioni Scientifiche Italiane, Ercolano 1981.

Angela Carola-Perrotti “Le Porcellane napoletane dell’Ottocento”, Grimaldi, Napoli 1990.

Guido Donatone “La terraglia napoletana 1782-1860” Grimaldi edit., Napoli 1991.

 
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