Particolari punzonature in area italiana. Individuazione e metodi di indagine
di Gianni Giancane

  Aprile 2020
   

Considerazioni preliminari
Nei secoli precedenti l’Unità d’Italia ogni Stato della penisola adottava un proprio sistema di punzonatura dei manufatti in argento e in oro, a garanzia della bontà delle opere, del corretto titolo (il tenore del rapporto millesimale tra argento e rame nella lega), del riconoscimento del maestro orafo o argentiere e delle loro botteghe. Nell’ambito di uno stesso Stato tale sistema risultava cangiante nel tempo a seconda di apposite legislazioni che disciplinavano la produzione ed il commercio dei preziosi e pertanto, in successione più o meno rapida, apparivano differenti e nuove punzonature.
Solo verso la fine del terzo quarto del XIX secolo, con l’Unità d’Italia, si assistette ad un primo tentativo (direi poco riuscito) di stabilizzazione ed omogeneizzazione del sistema di marchiatura dei manufatti d’argento (e di oro) che fosse universalmente riconosciuto su tutto il territorio della neonata Nazione.
Di fatto tale “sforzo” rendeva, paradossalmente, piuttosto “liberi” i maestri argentieri delle varie aree italiane risultando vagamente facoltativa  la marchiatura dei preziosi (!), pur  restando attivo l’operato dei  centri per il controllo (in numerose città italiane da un estremo all’altro della penisola) i quali, ad eventuale richiesta  degli interessati, potevano apporre sugli oggetti un punzone corrispondente ad uno dei seguenti titoli: 950/1000 (1° titolo), 900/1000 (2° titolo) ed 800/1000 (3° titolo), (Foto 1, 2, 3), a seconda della lega utilizzata e certificata (legge 806 del 2 maggio 1872, approvata da S M Vittorio Emanuele II, Re D’Italia, ed entrata in vigore solo l’anno successivo, il 1° di giugno).

Foto 1 Forchetta realizzata in Italia nell’ultimo quarto del XIX secolo. Cm 19,8; gr 50, buono lo stato di conservazione con la sensazione del “vissuto”. Semplice, elegante, a quattro rebbi lunghi, è scandita da un modello fiddle (a violino) molto in voga nel periodo. Foto 2 Retro della posata con evidente il punzone di controllo del titolo apposto tra lo stelo e l’attacco dei rebbi. Foto 3 Dettaglio del punzone con l’effigie dell’ “Italia turrita” sovrastante il numero 3 a conferma della bontà del terzo titolo della lega pari a 800/1000, il tutto racchiuso in contorno ad andamento curvilineo irregolare. Era questo uno dei punzoni che i centri di controllo utilizzavano a richiesta degli interessati (spesso gli stessi argentieri su specifico “sollecito” da parte dei loro acquirenti a tutela degli acquisti).


Bisognerà attendere il 25 aprile del 1935 (legge 305 del 5 febbraio 1934 e successivo regolamento 2393 del 27 dicembre dello stesso anno) per tornare finalmente ad una più seria e codificata normativa sulle punzonature nelle argenterie.
Pertanto, in tutto il periodo che va dal 1872 al 1934-35 gli oggetti d’argento possono presentare punzonature ordinarie (merco dell’argentiere, cifra millesimata, punzone di controllo del titolo), parziali (spesso con il solo millesimo, di solito 800, raramente quelli più alti; talvolta con il solo punzone di controllo), o “vuote” cioè con punzonature del tutto assenti (caso frequente).
Naturalmente gli ultimi due casi rendevano (e rendono oggi) praticamente impossibile stabilire paternità e provenienza di “un argento”, anche per una generalizzazione stilistica che si diffondeva gradualmente, ma uniformemente, dalle “Alpi alle Piramidi” ed aveva ormai privato di palese conformità territoriale le opere dei maestri argentieri di una determinata area geografica.
A rendere ancor più complicate le cose, a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo iniziò a diffondersi un’altra tendenza che portava alla realizzazione di oggetti stilisticamente riferibili a decenni o a secoli precedenti e per rafforzare l’impatto emotivo da parte degli acquirenti (spesso gente colta e facoltosa, sovente di nobiliare estrazione) venivano apposti punzoni non convenzionali, non di fantasia, ma facilmente riconducibili a quelli che i diversi Stati preunitari avevano a loro tempo adottato, generalmente però sotto forma di una brutta, brutta copia…
Pur manifestandosi in tutta la penisola, tale orientamento risultò più incisivo soprattutto nel Centro e Nord Italia con gli argentieri di ogni regione “a rimirare” opere e maestri dei tempi passati, spesso ma non sempre, riferibili al corrispondente ambito territoriale.
Tra l’altro numerose erano ormai le botteghe che abbandonando progressivamente attività tecniche e gestionali prettamente artigianali, si orientavano con maggior sistematicità verso un impianto di tipo semi-industriale, con potenziamento di unità operative ed ampliamento di spazi, mezzi e strumenti, in grado di soddisfare una clientela che diventava progressivamente più nutrita, eterogenea, esigente, ma anche attenta all’aspetto finanziario, non meno importante, delle spese da sostenere per l’acquisizione di manufatti in argento che dovevano risultare belli “a prescindere”, importanti, ma soprattutto non particolarmente costosi…
In tal modo si consentiva infatti alla media e ricca borghesia, di entrare in possesso di opere apparentemente antiche, ma di fatto realizzate in “stile” e quindi “meno impegnative”, più alla portata di tasche meno “nobili”. 

Alcuni esempi
La disamina di alcune opere descritte nel presente lavoro porta alla verifica di quanto riferito in via preliminare.
Metodo utilizzato, e che si vuol proporre quale modello, è quello di uno studio ragionato mirato all’accertamento della bontà di un oggetto, che procedendo step by step analizzi le differenti ipotesi di lavoro, le accantoni o le sostenga a seconda del procedere delle scoperte e solo alla fine di un’indagine la più completa possibile, stabilisca risultati attendibili, ancor meglio se certi.
Partiamo da uno scaldino piuttosto bello (Foto 4, 5, 6) di notevole fattura ed eleganza, costruito con tecnica assolutamente artigianale, che personalmente ho avuto il piacere di esaminare.

Foto 4
Scaldaletto in argento.  Cm 25 x 15 x 14,5 (h) (h 21 con manico alzato), gr 790; ottimo stato di conservazione.
Modello ad urna o a “bussolotto” con coperchio inciso e traforato a girali stilizzati, adagiato su aggettante profilo mistilineo concavo-convesso in sequenza continua, sul cui bordo a sinistra, chiaramente visibili, sono incussi tre punzoni; piccola presa con manichetta a volute espanse, convergenti al centro. Manico composito, braccioli laterali in argento, sinuosi e contrapposti, cavi all’interno, con traverso legno di palissandro tornito ad unirli.

Foto 5
La vista laterale dello scaldaletto consente una migliore comprensione della distribuzione degli spazi e delle forme. Nel raccordo del manico al corpo, un perno con bottoncino floreale sulla testa ed un graziosissimo motivo a coccardina a scudetto saldato al corpo assicurano una solida tenuta.
Foto 6
La base capovolta dello scaldino permette di individuare altri tre punzoni sul fondo ed i piedini d’appoggio con identico motivo a coccardina della foto 5, ma con verso opposto, pertanto capovolti.


La prima sensazione trasmessa dallo scaldaletto, basata sulla sola percezione stilistico-formale e scevra da qualsiasi lettura della punzonatura (sebbene esso manifesti un’insolita "freschezza”), è quella di un manufatto del XVIII secolo, di vago ambito piemontese (per via della similitudine con alcune zuccheriere realizzate a Torino nel periodo), ma più probabilmente lombardo-veneto per la tipica forma ad urna molto vicina a tante ribalte lombarde settecentesche.
Lo studio accurato dei punzoni però, non permette di equivocare circa l’epoca (e provenienza) dell’opera potendo asserire come “Lo scaldino sia stato eseguito in ambito probabilmente veneziano, da un maestro non identificabile, in un periodo storico compreso tra il 1872 e il 1934.
Vediamo perché.
Oltre alla palese freschezza, esso appare un po’ “rigido”, privo di quella calda e naturale “morbidezza” tipica delle argenterie settecentesche e del primo Ottocento; manca cioè di naturale patina e normale usura da concreto utilizzo (nota 1).
Ma sono proprio i punzoni che non consentono equivoci.
L’800 che si vede stampigliato così come nella tipologia e nello stato di apposizione, cifre libere, non in riquadro o contorno, [FOTO 7] è un punzone che gli argentieri italiani apponevano facoltativamente sui manufatti da essi realizzati negli anni sopra riportati (1872-1934, citata legge 806 del 2.5.1872).

Foto 7
Dettaglio dei punzoni della foto precedente. In alto evidente il millesimo 800; in basso a destra l’Aplustre o Ornamento di poppa e a sinistra, illeggibile, quello dell’argentiere (probabilmente). Si denoti la scarsa definizione ed approssimazione dell’aplustre, molto lontano dagli originali del periodo. Inoltre, considerazione importante, vista la posizione degli stessi, nascosti sul fondo e pertanto scarsamente soggetti ad usura, avrebbero dovuto conservare nitore o quantomeno piena leggibilità.
Foto 8
I punzoni sul bordo del coperchio. Da sinistra: l’ “Aplustre”, il “Mondo stellato” e, quello dell’ipotetico argentiere. Poco convincenti per essere quelli del secondo e terzo quarto del XIX secolo, grossolani, superficiali emulazioni, comunque “accattivanti” per gli acquirenti dell’epoca, in un periodo storico in cui la libertà delle punzonature lasciava ampio spazio a qualsiasi fantasia.


Un altro punzone (
ancora Foto 7 e Foto 8)
,un “aplustre” a forma allungata tipico delle navi da guerra antiche, con ornamenti terminali rivolti a destra, è invece riferibile al Marchio territoriale di Venezia, nel regno Lombardo-Veneto, in uso dal 1812 al 1872 (!) (Donaver-Dabbene, Argenti italiani dell’Ottocento, Volume Primo, Ed. Malavasi Milano, 2001, pag. 73).
Il terzo punzone esaminato [ancora FOTO 8] trova analoga “collocazione”. Stiamo parlando del “marchio di garanzia” per i grossi lavori a titolo 800/1000 in uso dal 1812 al 1861 in ambito Lombardo-Veneto, e fino al 1872-73nell’ormai Regno d’Italia, riportante il “globo terrestre con lo zodiaco e i sette trioni (le sette stelle dell’Orsa), con il numero 2 certificante la bontà del titolo, in questo caso il secondo, pari appunto ad 800/1000 (Donaver-Dabbene, opera cit., pag. 71), (nota 2).
Pertanto tale punzone, oltre al titolo, certificherebbe l’ambito territoriale generale di provenienza dello scaldino, mentre l’“aplustre” lo collocherebbe in area strettamente veneziana.
Occorre sottolineare però, come il “mondo stellato” risulti piuttosto abbozzato, grossolano, poco convincente (e non per una imperfetta battuta del punzone o suo logoramento), in realtà soltanto riconducibile a quello autentico, e riconoscibile da qualsiasi occhio ben allenato… 
Identiche considerazioni valgono anche per il punzone “aplustre”, detto anche “ornamento di poppa”, che pur assumendo le sembianze dell’originale introdotto a Venezia nel primo Ottocento, sembra addirittura “graffiato” nel metallo, una sorta di disegno primitivo e non meglio rifinito…
L’ultimo punzone, non decifrabile (ancora Foto 7 e 8), potrebbe appartenere alla bottega dell’argentiere, per quanto manifesti un’ipotetica somiglianza con quello usato nel Regno di Sardegna dalla zecca di Genova dal 1824 al 1873 (un delfino) quale marchio territoriale, così come l’“aplustre” a Venezia (se così fosse, però, sarebbe una sorta di “fritto misto” …).
E allora come mai la contemporanea presenza di alcuni punzoni che dovrebbero comparire in un diverso periodo storico? e per quale motivo risultano appena somiglianti agli originali, una sorta di brutta copia, o giù di lì? Come spiegare l’arcano?
Molto semplice.
Come anticipato in premessa, era uso e costume nei sessant’anni circa tra il 1872 e il 1934, ma in realtà anche oltre (nota 3), realizzare manufatti in stile antico, anche con tecniche originali della relativa epoca, sui quali gli argentieri, in assenza di alcuna normativa inerente un disciplinare specifico ed obbligatorio sui metalli preziosi, apponevano punzoni a modello di quelli più antichi, molto simili ai precedenti, ma di fattura sovente grossolana, più primitiva, e quasi mai con spirito fraudolento, ma solo in “onore” di vecchi maestri e loro botteghe, ispirandosi a stili spesso riferibili ad un ben determinato contesto territoriale e temporale.
La presenza del secondo e terzo punzone, accanto alla marchiatura 800 in cifre libere, assicura pertanto la realizzazione dello scaldaletto ad un periodo tra gli ultimi decenni del XIX secolo ed i primi del successivo, e con molta probabilità all’area veneziana, il tutto perfettamente compatibile con patina ed usura presenti oggi nell’oggetto.

Un secondo esempio riguarda un gruppo di eleganti posate, un set residuo e scomposto di un originale servizio (Foto 9), che proposto sul mercato antiquario come “… gruppo di vecchie posate, forse del 700 …” si è rivelato, dopo oculato studio, per qualcosa di ben differente.

 

 

Foto 9
Le posate tipo presenti nel servizio “San Marco”: 6 forchette, 4 cucchiai, 4 coltelli, 6 forchettine, 6 cucchiaini per 26 complessivi pezzi. Molto particolari le forchette (dal modello a tre rebbi, tipico per gran parte del Settecento) ed i cucchiai, con insolito “raddoppio” del profilo a scalino rientrante e chiusura trilobata; stelo con delicata nervatura centrale, continua sino all’innesto dei rebbi e/o della conca aggraziati da alette laterali scanalate. I coltelli alquanto eleganti e particolari presentano il manico a “pistola” e la lama a “scimitarra” di gusto tipicamente settecentesco; le lame in acciaio presentano l’incisione Venezia e la parola “Inossidabile” …

Ma procediamo con ordine.
Anche in questo caso forchette, cucchiai, coltelli, pur rifacendosi ad un modello tipicamente veneziano del XVIII secolo, definito comunemente “San Marco”, manifestano una certa freschezza, modesta usura e soprattutto, merchi e punzoni (Foto 10) che, come vedremo, risulteranno del tutto incongrui per l’epoca presunta.

 

Foto 10
Il manico di un coltello con tre punzoni distesi su uno dei fianchi, il “Leone di San Marco”, il millesimo, ed in alto un terzo punzone…

 

 


1)
Partiamo proprio dal punzone raffigurante il classico “Leone di San Marco”, racchiuso da un profilo circolare liscio, in moleca (nota 4), con effigie decentrata e Vangelo a sinistra, utilizzato con siffatta impronta, nei secoli XVII e XVIII a Venezia (U. Donati, I Marchi dell’argenteria italiana, De Agostini, Novara, 1999, pag. 47, scheda 251).
Ma il punzone visibile nella foto 10 non ha nulla a che vedere con gli originali antichi; anche in questo caso (così come il “mondo stellato” per lo scaldino) ne risulta una modesta imitazione, non ha definizione, spessore e profilo risultano scorretti, sembra terribilmente “piatto”, inciso epidermicamente, senza profondità e rilievo.
Inoltre esso risulta difforme nelle diverse tipologie di posate, assumendo variabili conformazioni tra cucchiai, cucchiaini, forchette, forchettine, coltelli, conservando ugual modello solo in alcune   delle stoviglie di uno stesso tipo.
Anche il punzone incusso sul collarino del coltello (FOTO 11 e 12) non è quello “giusto” del periodo; vuol rappresentare il già conosciuto “aplustre veneziano” ma a differenza del corrispondente individuato nello scaldaletto, che almeno lasciava invariato il primitivo disegno, qui assume sembianze difformi, tendenzialmente schiacciato, presentando ornamenti terminali rivolti tanto a destra quanto a sinistra, con palese simmetria, inesistente però nell’originale …

 

Foto 11
Nel manico dello stesso coltello, sull’altro fianco, compare incusso nel collarino un punzone a guisa di “piccolo ventaglio” o di “palmetta”.
Foto 12
Dettaglio a forte ingrandimento del punzone sul collarino del coltello. Né ventaglio, né palmetta, bensì una “variante”, una sorta di licenza artistica (un po’ come quella poetica) del punzone “Aplustre”.


E già tali considerazioni, unitamente all’indubbia freschezza dell’insieme non depongono favorevolmente per un set sei o settecentesco, tutt’altro…
Pertanto attribuiamo all’ipotesi n° 1: probabilità praticamente nulle.
2) Certo, il punzone “800” ed il “Leone di San Marco” potrebbero ricondurre ad un’ipotesi di lavoro analoga a quella dello scaldaletto, e pertanto le posate sarebbero state realizzate tra il 1872 ed il 1934 da una non meglio identificata manifattura italiana.
Ma come spiegare la presenza di un terzo punzone, in primo in alto nella foto 10, che a prima vista non apparterrebbe a nessun argentiere nostrano? E se poi risultasse un maestro, una bottega, o una ditta non conosciuta?
Di conseguenza all’ipotesi n° 2 attribuiremo: qualche probabilità, da tenere in eventuale considerazione.
3) Proseguiamo. Questo “strano punzone”, un torchio, una sorta di pressa industriale (incusso accanto alla cifra 800), diventa molto importante per la nostra indagine.
Senza alcun dubbio esso è ascrivibile alla prestigiosa manifattura tedesca della Wilkens & Söhne, fondata intorno al 1810 a Bremen-Hemelingen e tuttora attiva.
Si potrebbe pensare di conseguenza che le posate siano state realizzate non in Italia ma in Germania dalla citata manifattura in pieno XIX secolo con l’aggiunta del “Leone di San Marco” in riferimento al modello prettamente “lagunare” delle stesse.
Ma il punzone della manifattura, per circa sette decenni dalla sua fondazione, non corrisponde a quello di una pressa bensì all’incisione della parola Wilkens per esteso, in corsivo, in stampatello, con caratteri leggermente variabili nel periodo. Solo un ipotetico utilizzo tardivo potrebbe renderlo eventualmente compatibile (nota 5).
Pertanto l’ipotesi n° 3 avrebbe: probabilità teoriche, comunque modeste.
4) Fermi restando i presupposti di base della precedente (fabbrica tedesca e riferimenti veneziani), un’altra ipotesi porterebbe a pensare ad una realizzazione più tarda, sempre in Germania, dalla fine dell’800 alla metà del XX secolo, compatibile con l’acquisizione della conoscenza che il merco della “pressa” sia stato sicuramente utilizzato dalla Wilkens a partire dal 1886 (vedi ancora nota 5).
Ma non basta.
In Germania infatti, dal 1° gennaio 1888, decreto del 7 gennaio del 1886 (Tardy – Les Poinçons de Garantie Internationaux pour L’Argent, 20e Ed., Paris 1995, pag. 50)   la punzonatura tedesca delle opere in argento obbligava i fabbricanti ad apporre sugli oggetti almeno tre punzoni: il simbolo della luna e di una corona, il titolo della lega (ad esempio 800, 830, 835, 925 a seconda del caso specifico), il merco della manifattura (punzone dell’argentiere) (Foto 13 e 14).

 

Foto 13
Paletta da dolce della Wilkens & Söhne. Intorno al 1900. Cm 27 x 6, gr 110; ottimo stato di conservazione. Splendido esemplare Jugendstil che unisce la rigida simmetria assiale alla delicata sinuosità delle forme, meno flessuose delle corrispondenti francesi dell’Art Nouveau, ma più “slanciate”, decisamente eleganti, nei perfetti stilemi dello Jugendstil, esaltato dal motivo decorativo inciso sul “piatto” della paletta che coniuga armoniosamente geometrie e naturalismo. Modello attribuibile a Peter Behrens, architetto e designer tedesco (Amburgo, 1868 – Berlino, 1940) per analogia ad altri simili da egli progettati per la fabbrica di Brema.
Foto 14
Dettaglio del retro della paletta con il merco della Wilkens, il millesimo (800) e i punzoni di Stato (corona e luna crescente) che testimoniano la realizzazione della posata da servito in Germania (stabilimento di Bremen- Hemelingen).


Ma la “luna e corona” (nota 6) non compaiono in nessuna posata esaminata, e questi punzoni su un manufatto tedesco non sarebbero mai mancati, neppure in un singolo oggetto! Una dimenticanza??
E quindi attribuiamo all’ipotesi n° 4: maggiori probabilità, ma pur sempre poco concrete.
E allora? Diciamo che, forse, potrebbero essere stoviglie tedesche e basta?
Se fermassimo la nostra indagine a questo livello peccheremmo di superficialità!
5) Riprendiamo allora in esame quel punzone “800” a volte libero a volte profilato in un rettangolo con accanto il merco della Wilkens (Foto 15).

Foto 15
Retro di un cucchiaio (in basso) e di una forchetta con i differenti punzoni utilizzati nello stesso set di posate. Il Leone di San Marco (soprattutto quello in alto) appare abbozzato, senza rilievo.
Tra i due “Leoni” esistono inoltre differenze significative: “postura”, posizione delle ali, del libro, presenza della zampa che lo trattiene (in basso) etc.
Il millesimo e il simbolo della “pressa”, delimitati da un rettangolo nella forchetta, appaiono separati nel cucchiaio. Particolarmente insolito infine l’attacco del manico alla conca nel cucchiaio (ed ai rebbi nella forchetta), assicurato da tre lobi sovrapposti a gradinata.


Occorre approfondire!
E lo facciamo prendendo in considerazione due aspetti finora non considerati: la storia dell’opificio germanico ed il punzone “800”.
Scopriamo allora come la ditta fondata da Martin Heinrich Wilkens nel 1810, dopo 102 anni dalla nascita, avesse rivolto le sue “attenzioni altrove” mirando ad espansioni territoriali che l’avrebbero spinta ad “aprire” una fabbrica in Italia a Casalecchio di Reno (BO); era il 1912 (nota 7). 
Inoltre il punzone “800”, a cifre libere o profilato, risulta tipico in Italia tra il 1872 ed il 1934 (come già visto nel caso dello scaldino).
Riflessioni: un merco Wilkens post 1886, la Wilkens che apre una filiale in Italia nel 1912, un 800 a cifre libere tipicamente italiano, un modello veneziano del XVIII secolo, ed un “punzone in stile” …
E allora tutto chiaro?
Comparando e sommando i diversi elementi diagnostici potremmo dedurne come: le posate siano state realizzate in stile veneziano tipicamente settecentesco, dalla manifattura tedesca Wilkens & Söhne in Italia, tra il 1912 ed il 1935, cioè tra l’anno del suo insediamento a Casalecchio di Reno e l’anno in cui la nuova normativa sulle punzonature nel Regno d’Italia avrebbe obbligato la presenza sulle argenterie di un punzone con la cifra 800 incussa in un ovale a profilo liscio, accanto ad un merco a forma di losanga (tronca nei vertici acuti) riportante il fascio littorio tra il numero distintivo della ditta e la sigla della provincia dove aveva sede l’opificio (Foto 16, 17, 18); il fascio sparirà poi dalla losanga nel dicembre del 1944 (nota 8).

Foto 16
Elegante segnalibro con la presa a guisa di cavalluccio marino
e lamella inferiore con linguetta semilibera
per l’inserimento nella pagina da “fermare”.
Foto 17
Parte superiore del segnalibro con il pesce molto ben definito ed anatomicamente perfetto, a parte la coda disposta in posizione non ordinaria (arrotolata verso il dorso), e contraria al reale andamento verso l’addome come accade negli organismi viventi nell’atto di ancorarsi ad un sostegno. Sul gradino che vincola l’Ippocampo alla linguetta si intravedono due punzoni.
Foto 18
Dettaglio dei punzoni presenti nel segnalibro. A sinistra losanga, tronca lungo l’asse maggiore, con il numero 48, il fascio littorio e la sigla di Milano. Tale numero contraddistingue l’argenteria Arno Fassi a Milano, mentre la presenza al centro del punzone del fascio littorio assicura la realizzazione dell’oggetto tra il 1935 ed il 1944; uguale informazione è fornita dal millesimo 800 racchiuso in profilo ovale “corto”. Dal 1971 (19 settembre), legge 46 del 30.01.1968, cambieranno entrambi i punzoni ed assumeranno le conformazioni ad oggi ancora esistenti ed attive (profilo del n° 800 “allungato”, ed una stellina in una nuova losanga “allungata”, a sinistra del numero distintivo della ditta).


Tale coppia di punzoni (800 in ovale e punzone “fascio”) è inesistente su tutti i pezzi analizzati, a conferma del secondo caposaldo temporale.
E questa potrebbe essere l’ipotesi risolutiva se… non considerassimo, quale approfondimento, un ulteriore aspetto della Wilkens in Italia e cioè i rapporti con gli argentieri bolognesi, nello specifico con Michelangelo Clementi.
6) E si scopre che l’obiettivo della ditta tedesca (nota 9) ed una nascente idea locale (Clementi…), già sin dagli albori nel 1912, sfociarono in una convergenza d’intenti codificata da reale partenariato, una vera e propria alleanza commerciale, per cui in Via Fratelli Bandiera 1 a Casalecchio di Reno, “divenne attivo un solo opificio” utilizzante maestranze italiane (Clementi) con “capitali germanici a sostegno” che assicuravano solidità economica ed espansione nei mercati, insomma la Wilkens alla guida della Clementi, con la struttura produttiva della quale Michelangelo ne divenne quasi subito il rappresentante italiano.
La Wilkens restò alla guida della manifattura sino al 1968-69 (vedi ancora nota 7).
E pertanto potremo riassumere definitivamente come il servizio di posate sia stato realizzato a Casalecchio di Reno tra il 1912 ed il 1935 dal sodalizio Wilkens-Clementi.
Tale risultato, seppur certo, conseguito con rigoroso metodo scientifico e concettualmente corretto, sarà oggetto, come vedremo, di un’ulteriore, doverosa, precisazione… (nota 10).
Ma di questo parleremo la prossima puntata.

Una riflessione
Non sono pochi i manufatti con le tipologie di punzonature esaminate (tipo Mondo stellato, Leone di San Marco) realizzati in più di settant’anni, tra Otto e Novecento, su tutto il territorio nazionale e giunti ai nostri giorni; spesso di notevole livello esecutivo, a volte di grandissimo pregio, compaiono di tanto in tanto nei differenti canali di vendita del mercato antiquario dove non sempre però trovano corretto riconoscimento ed adeguata collocazione…
Qualora ci si imbatta in opere del genere bisogna pertanto prestare attenzione e non lasciarsi prendere facilmente dall’entusiasmo pensando di aver individuato qualcosa di piuttosto antico solo per la presenza di un’esecuzione artigianale e di qualche punzone che fa volare presto l’entusiasmo, ci catapulta indietro nel tempo regalandoci emozioni, ma che di fatto “somiglia a…”, ma non è…
Patina, usura, tecniche realizzative, eventuale presenza di restauri e loro caratteristiche, ed una corretta analisi della punzonatura, per quanto complessa e/o difficile possa essa risultare, ci aiuteranno ad inquadrare correttamente un oggetto d’argento e “codificarlo” senza errori, evitando inutili illusioni e lasciando libera maggiore serenità d’intenti.

   
   

Note

[1]
Le antiche argenterie da tavola, da studio, da camera (a parte les objets de vertu da esporre in vetrine e vetrinette quali status symbol) erano concepite per un reale utilizzo e, se giunte sino ad oggi, presenteranno elementi sufficienti per diagnosticarne un’usura naturale e congrua con l’originale destinazione d’uso.
[2]
A proposito dei sette trioni trovo alquanto interessante quanto riportato nel 1840 dall’Abate Francesco Fuoco in una delle sue opere:
Nuovo Corso Di Geografia Universale Elementare – Parte I Geografia Astronomica - Cap. XVIDelle Costellazioni, e metodo per distinguerle nel Cielo.
… Si noti la Costellazione della grand'Orsa facilmente riconoscibile a qualunque ora d'ogni notte: e le linee, che dalle Stelle di essa potranno tracciarsi in ogni direzione del Cielo, saranno scorta a conoscere qualunque altra Costellazione.
Dalla parte di tramontana è una costellazione ora più, ora meno elevata nell'orizzonte, notevole per splendore e curiosa disposizione delle principali sue Stelle.
Esse sono al numero di sette. Quattro formano un gran quadrato alquanto allungato, e le altre tre, disposte in linea curva, seguono in qualche modo la direzione delle due superiori del quadrato.  Ecco i famosi sette trioni (i sette buoi del Carro) de Latini, che han dato nome al polo, e dal polo a tutto un celeste emisfero. 
Sembra certo che negli antichi tempi queste Stelle, e quelle della piccola Orsa, che or ora descriveremo, costituivano realmente le costellazione de' Buoi (a) e n'è prova il nome Bifolco, che tuttora tiene la Costellazione, che le sta presso. 
Comunque però ciò fosse, oggi i sette trioni formano la parte più splendente della costellazione della Grand’ Orsa. Le quattro Stelle del quadrato sono veramente il corpo di quest'animale, e le altre tre ne formano la coda…
(a) I campagnuoli danno tuttora il nome di Carro alle sette lucide Stelle di questa costellazione.
[3]
Mi è capitato di visionare negli anni alcuni oggetti con le punzonature oggetto del presente lavoro realizzati con estrema certezza negli anni 40 e 50 del XX secolo, comunque dopo il 1944. Tale certezza deriva dal ritrovamento, su ognuno dei manufatti osservati, del punzone di controllo in uso in Italia a partire dal 22 novembre 1944 accanto ad altri riferibili a pseudo punzonature degli “Antichi Stati”.
[4]
Il Leone di San Marco, o Leone alato, si definisce “in moleca” o ancor meglio in “moeca” (el leon en moeca) perché, racchiuso in un cerchio e con le ali spiegate verso l’alto, appare simile ad un granchio nel periodo della muta, quando cambiando carapace resta per un brevissimo periodo privo di rivestimento e perciò molle, detto appunto moeca, e particolarmente apprezzato in cucina.
[5]
Una veloce ma efficace sintesi di tali punzonature è riportata sul sito de.wikipedia.org – Wilkens & Söhne cui si rimanda.
[6]
Ferma restando la presenza della corona (emblema del Reich, punzone di Stato), il simbolo della Luna (crescente) era riservato ai manufatti d’argento, mentre su quelli d’oro, veniva impresso il segno del Sole.
[7]
Molto interessante a tal proposito un articolo apparso sul "Resto del Carlino Bologna” in data 4 febbraio 2012 a firma di Nicodemo Mele.
[8]
Decreto Legislativo Luogotenenziale n° 313 del 26 ottobre 1944 - Soppressione del fascio littorio dallo stemma dello Stato e dai sigilli delle pubbliche amministrazioni e dei notai. (G.U. n.84 del 21-11-1944).
Ufficialmente il fascio doveva sparire sin dal giorno successivo a quello della pubblicazione del D.L.L. sulla G.U. e pertanto sin dal 22.11.44; in realtà in attesa dei nuovi punzoni privi di tal simbolo (di fatto dal mese di dicembre) si ottemperò alla normativa “scalpellando” il fascio dal vecchio punzone, e quindi asportandolo meccanicamente.
[9]
L’Italia costituiva un eccellente mercato d’esportazione, un grande “consumatore” di argenterie della Wilkens, soprattutto posaterie, e per contenere i costi legati al trasferimento di prodotti finiti da Brema, quale migliore soluzione di una fabbrica impiantata direttamente sul nostro italico suolo?
[10]
E’ intenzione dello scrivente portare all’attenzione del lettore, in un prossimo contributo, le principali vicissitudini della manifattura, le continue e cangianti interazioni tra Wilkens e Clementi (ed in seguito con i successori dell’argentiere italiano), quelle con le Istituzioni politiche territoriali (Casalecchio e Bologna), le tipologie produttive (alcune delle quali non sempre dettate da mero spirito artistico), e le differenti punzonature adottate negli anni, la conoscenza delle quali può risultare fondamentale nella determinazione certa di un manufatto ed il periodo storico della sua realizzazione.

 

Bibliografia

Francesco Fuoco - Nuovo Corso Di Geografia Universale Elementare - Redatto dall’Ab. Francesco Fuoco, Vol. Unico - Che Comprende la Geografia Astronomica, Fisica, e Morale, Dalla Tipografia di Reale, Napoli 1840

Museo Poldi Pezzoli – Argenti italiani - Dal XVI al XVIII Secolo – Catalogo, Ediz. Del Museo Poldi Pezzoli, Milano 1959

Piero Pazzi – I Punzoni dell’Argenteria e Oreficeria Veneziana, Tipografia del Monastero di San Lazzaro, Venezia, 1990

Tardy – Les Poinçons de Garantie Internationaux pour L’Argent, 20e Ed., Paris 1995

U. Donati – I Marchi dell’argenteria italiana, De Agostini, Novara, 1999

V. Donaver – R. Dabbene  -  Argenti italiani del Settecento  -  Edizioni Libreria Malavasi,  Milano, 2000

V. Donaver – R. Dabbene  -  Argenti italiani dell’Ottocento  -  Volume  Primo - Punzoni di garanzia degli stati Italiani,  Edizioni Libreria Malavasi, Milano 2001

Le Collezioni della Fondazione Palazzo Coronini Cronberg di Gorizia – Argenti da tavola e posate, Umberto Allemadi & C., Torino 2005

Nicodemo Mele – Argenteria Clementi, un secolo di storia, Il Resto del Carlino Bologna, 4 febbraio 2012

Sito web - de.wikipedia.org – Wilkens & Söhne

   
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