Monuments Men
Pubblicato il 3 mar. 2014
   


Il cinema di guerra non è più di moda, come del resto il western, a parte alcune operazioni isolate e del tutto particolari come Django di Quentin Tarantino.
George Cloney non fa nulla di originale e realizza una pellicola vintage, un film classico incentrato su un manipolo di “eroi”, ai quali ti affezioni quasi subito, sia a quelli che periscono nell'impresa, sia ai superstiti a proposito dei quali, poco prima dello scorrere dei titoli di coda, si viene informati di quale sarà il loro futuro, tutto nella migliore tradizione di Hollywood.
Come è noto il film parla della squadra speciale formata per recuperare le opere trafugate dai nazisti durante la seconda guerra mondiale che sta volgendo al termine. Per poco meno della metà del film, tra arruolamenti ed esercitazioni, non succede quasi nulla e inizi a domandarti quando i Monuments men entreranno effettivamente in azione. Poi la svolta accidentale: siamo nella Germania occupata e un mal di denti porta uno di loro da un dentista che li conduce ingenuamente a casa del genero, grande amante dell'arte. Costui tenta di mimetizzarsi in campagna presso la famiglia, ma si tratta di un ex dirigente del Jeu de Paume di Parigi, un museo dove erano state raccolte le opere confiscate ai francesi, soprattutto ebrei, e dove personaggi come Hermann Göring e altri gerarchi nazisti andavano a fare shopping per le loro collezioni. Qui lavorava anche un'impiegata che avrà un ruolo importante nella vicenda. Il nazista aveva la casa piena di dipinti, dichiarati come copie, uno dei quali portava sul retro un targhetta della collezione Rothschild. Viene così smascherato e trovato in possesso di una mappa … e da qui parte una formidabile caccia al tesoro con una serie di colpi di scena travolgenti.
Tanto per restare in tema holliwoodiano, la scoperta di alcune opere trafugate ricorda i film di Indiana Jones,  ma di fronte al ritrovamento dei pannelli del polittico dell'Agnello Mistico di Jan van Eyck da Gand, oppure a quello della Madonna con Bambino di Michelangelo da Bruges, quest'ultimo sotto la minaccia incalzante dell'arrivo di un contingente russo, l'emozione è fortissima.
Una delle scene più toccanti è quando uno dei protagonisti, il giovane interprete tedesco-americano del gruppo (che vive tutt'oggi), trova l'autoritratto di Rembrandt proveniente da Karlsruhe, la sua città di origine, del quale gli parlava il nonno, ma che non aveva mai potuto vedere poiché agli ebrei era negato il permesso di visitare i musei.
Alla fine si ha l'impressione di aver assistito a un film indimenticabile, una bella storia, tratta fedelmente dal libro omonimo scritto da Robert E. Edsel con Brett Witter (Sperling & Kupfer), a sua volta piuttosto documentato, girata con abilità da George Clooney avvalendosi di un cast di famosi e bravissimi attori.

 
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