Intorno alla Vergine del Rosario nella parrocchiale di Arolo
di Mario Morelli

  Novembre 2018
   

In un suo saggio titolato “Annibale Fontana e la Madonna dei Miracoli di San Celso” (catalogo della mostra “Carlo e Federico, la luce dei Borromeo nella Milano spagnola”, 5 novembre 2005), la dottoressa Paola Venturelli cita una tela del Cerano (Giovan Battista Crespi detto il ..) forse commissionatagli dal cardinale Federico, che raffigura la Madonna marmorea del Fontana adorata da san Francesco e da Carlo Borromeo databile a poco prima del 1610, anno in cui il Borromeo “fu promosso agli altari in stato di santità” (Figura 1).

 

Fig. 1 - Giovan Battista Crespi detto il Cerano, San Francesco e il beato Carlo Borroeo in preghiera
davanti alla statua dell'Assunta di San Celso a Milano, ante 1610,
dipinto su tela, cm. 258 x 155, Torino, Galleria Sabauda.


Il dipinto, oggi conservato alla Pinacoteca Sabauda di Torino, risulta inventariato nei registri di casa Savoia fin dal 1635, il che non sorprende essendo noti gli strettissimi rapporti tra la dinastia piemontese e i due cugini Borromeo.
La pala della Madonna del Rosario (Figura 2), al secondo altare destro della parrocchiale in Arolo di Leggiuno (Va), è sempre stata giudicata di stile “ceranesco”, ma, per quanto ne sappiamo, nessuno fino a ieri ha mai notato l’identità, e in alcuni comparti la sovrapponibilità, dell’impianto iconografico e compositivo dei due dipinti, quello torinese e quello arolese, al quale peraltro è doveroso e giusto riconoscere una mano meno felice e raffinata di quella del maestro.

Fig. 2 - Bottega del Cerano, Madonna del Rosario, dipinto su tela, cm. 238 x 165,
Arolo di Leggiuno (Va), parrocchiale.


Sono identici e sovrapponibili i due adoranti, Francesco e Carlo, così come i due angeli in atto di incoronare la Vergine. L’impianto piramidale è lo stesso.
Alla candida, marmorea Madonna della tela sabauda si sostituisce la Vergine con bambino che depone il Rosario nella mano di Francesco, la stessa mano che, nella sabauda, si sovrappone al montante della croce qui scomparsa. Nella nostra poi compaiono in secondo piano santa Rosa, sant’Antonio abate e alcuni cherubini assenti nella pala di Torino.

In un manoscritto settecentesco di Nicola Sormani, S 121 SUP., giacente all’Ambrosiana, passato per l’occhio attento del professor Marco Petoletti, così si legge alla località Arolo: “…notiamo qui l’Oratorio di San Pietro Martire e la parrocchiale dedicata allo stesso ed a San Carlo, di braccia 24, coperta di volte, con due minori cappelle del Rosario e della S.ma Trinità alla quale ordinò messa cotidiana Don Antonio Besozzi”.
Non compaiono date. Tra i documenti  dell'archivio parrocchiale di Arolo, non più integro,  al Titolo III – fasc. 3.3.3. si trovano due inventari: il primo, Inventario dei mobili e argento della chiesa parrocchiale datato 1731, non è firmato;  il secondo, Inventario di quanto si trova nella chiesa parrocchiale di Arolo, firmato Carlo Domenico Polcari, ma non datato, ha, ad un attento esame visivo, stessa grafia, stesso inchiostro, stessa carta del primo ed è quindi assegnabile alla stessa mano e alla stessa data.
Vi si legge:“ All’altare della B.V. del Rosario Ancona grande con l’immagine della B.V. con Bambino ed ai piedi S. Rosa, S. Francesco, S. Carlo e S. Antonio Abate con sua cornice grande adorata”.
Più in là, al momento, non abbiamo notizie.
Tra la presunta data dell’opera del Cerano (1610), quella certa dell’inventario sabaudo (1635) e il 1731 del nostro documento citato, intercorrono più o meno un centinaio d’anni intorno ai quali continueremo ad indagare. Siamo spinti dalla accattivante e, a nostro avviso, non peregrina ipotesi che argomenteremo più sotto, che si possa trattare non semplicemente di opera più tarda in stile “ceranesco”, o di copia anonima di incerta datazione e attribuzione come fin'ora si è ritenuto, ma magari di parziale replica di bottega  da mano più vicina a quella del Maestro con le modifiche sommariamente sopra descritte.

Ecco alcune argomentazioni che ci paiono sensate.
Il cardinale Federico concesse la costituzione di Arolo in parrocchia e l'edificazione di una nuova chiesa in sostituzione dell'antico, fatiscente e non più agibile oratorio di San Pietro martire, fino ad allora unico luogo di culto, nel gennaio del 1606. In virtù della devotissima venerazione che l'alto prelato riservava al defunto cugino Carlo, elevato poi in santità agli onori degli altari, invitò amabilmente ad intitolare la nuova chiesa non solo a San Pietro martire ma anche a San Carlo, desiderio da intendersi come auspicio così fervido da doversi rispettosamente appagare senza riserve.
Il che avvenne giovedì 11 dicembre 1614 (Arch..Dioc. ,  Fasc. V,  Vol. I).
Pare ovvio supporre che alla nuova intitolazione dovessero corrispondere una cappella con suo altare, e una sua pala con adeguato tema devozionale in onore di San Carlo, supposizione fino ad oggi priva di appoggio, ma a nostro avviso non avventata.
Tra il 1610 circa, indicativo compimento della pala torinese, e il 1635, sua registrazione  nell'inventario sabaudo, corrono più o meno 25  anni. Può anche essere che la stessa fosse consegnata ai Savoia prima del 1635, ma nulla per ora consta al riguardo.
Data la perfetta sovrapponibilità di alcuni comparti della Madonna del Rosario a quella del Maestro pare non inverosimile ipotizzare la diretta e pressoché simultanea, o poco discosta, dipendenza della arolese dalla sabauda.

A questo punto ci si chiede se sia più logico presumere che un qualche copista di buona mano sia stato inviato a Torino non si sa quando, ma certamente prima del 1731, da qualche fin'ora ignoto committente per eseguire una copia dell'originale del Cerano, con dimensioni diverse forse per potersi ben adattare alle proporzioni della cappella arolese, con le volute e sostanziali modifiche e integrazioni che si vedono e con tutte le difficoltà che  tale operazione avrebbe comportato, allo scopo di onorare la raccomandazione federiciana, o se sia più logico pensare che lo stesso Federico, o qualche suo autorevole subalterno, abbiano ordinato una seconda tela a mano diversa da quella del Maestro, ma pur sempre di bottega e in bottega (perché no al fratello Ortensio), approfittando magari della presenza ancora in loco dell'originale o degli eventuali cartoni, e indicando al contempo le desiderate variazioni iconografiche e devozionali pur mantenendo quasi invariato l'impianto. Siccome questa seconda ipotesi sembra più logica per le dette ragioni, oltre che più accattivante, ci si sente spinti ad approfondire le indagini per circoscrivere fin dove possibile date, provenienza, e magari anche una più sicura attribuzione.

 
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