Betsabea al bagno, un'ipotesi di attribuzione e le sue fonti
di Michele Scapinello

  Pubblicato il 1 ott. 2016
   

La scorsa primavera mi è stata offerta l’opportunità di indagare riguardo la storia di una suggestiva tela raffigurante Betsabea al Bagno (Figura 1). L’indagine era resa ancora più accattivante dalla quasi perfetta sovrapponibilità del soggetto ad un’incisione della serie “Weiberliesten” di Hans Burgkmair “il vecchio” (nota 1) (Figura 2).

Fig. 1 - Giovan Battista Salvi (?), Betsabea al bagno, olio su tela,
cm. 98 x 74, collezione privata.

Fig. 2 - Hans Burggkmair " il vecchio", David e Betsabea, xilografia,
mm 119 x 94, 1519, British Museum, Londra.


La xilografia di Burgkmair, identica quasi perfino nei tratti, oltre che per le dimensioni differisce dalla tela solo per minimi particolari (la forma della fiasca portata dalla fantesca ad esempio) e per la presenza del monogramma dell’autore e della data “1519”. All’epoca del Burgkmair stampe e incisioni avevano diffusione capillare, trasportate per tutta Europa dagli autori stessi o da altri viaggiatori che, non di rado, le utilizzavano per pagarsi vitto e alloggio o le scambiavano con quelle di altri artisti. Da analisi scientifiche sulla tela fatte effettuare dal proprietario, risultava che l’opera fosse stata realizzata antecedentemente al XVIII secolo. Esclusa la possibilità che fosse l’incisione ad essere tratta dalla tela e non viceversa (la serie di cui fa parte è accreditata come originale) il novero di pittori che, nell’arco di più di un secolo, potevano essere entrati in possesso dell’incisione per copiarla non era certo ristretto.

La svolta è stata l’aver rintracciato la tela in un catalogo d’asta. Il 21-22 novembre 1932 l’opera “Betsabea al bagno” olio su tela, 99 x 75, attribuita a Salvi Giovanni Battista detto il Sassoferrato, viene messa in asta a Milano dalla Galleria Scopinich. Il catalogo è introdotto da un commento di Antonio Morassi; dice: “Anche l’epoca del Barocco è degnamente rappresentata nella Sua collezione: per primo da due caratteristiche opere di Giambattista Salvi detto il Sassoferrato. L’una è un “Sant’Antonio” genuflesso (…) L’altra è una copia, forse una derivazione, da un quadro o da una stampa tedesca della prima metà del cinquecento, interessante per i costumi e l’ambiente architettonico in cui svolge la scena di “Betsabea al bagno” e significativa per il gusto del Sassoferrato, che amava circondarsi delle copie dei dipinti che più gli piacevano.”  L’attribuzione meritava una verifica.

Giovanni Battista Salvi muore il primo agosto 1685. Con il suo testamento, redatto tre giorni prima della morte, lascia ai suoi tre figli, assieme ad altri beni, centosei dipinti. Di questi (alcuni di sua mano, alcuni di altre) ottantuno andarono al figlio Alessio, ventiquattro a Stefano, una sola tela ad Agata. Il 13 settembre 1685 Alessio redige un inventario in morte dei beni del padre (nota 2). Non figura esplicitamente descritta un’opera raffigurante Betsabea. Tuttavia per i ventiquattro quadri lasciati al figlio Stefano, Alessio rimanda alla descrizione contenuta nel testamento in cui figurano “due altri pezzi di tela da palmi quattro (circa un metro) con dentro più e diverse figure, tutti però li sopradetti pezzi di quadri sono senza cornice” (nota 3). Almeno dal 1688 Alessio entra in possesso anche dei quadri del fratello Stefano che rinuncia all’eredità paterna, la collezione passa alla famiglia Veronici e fino al 1861 la troviamo collocata al monastero di S. Chiara a Sassoferrato (nota 4).
Nel 1870 la collezione viene esposta nel palazzo municipale di Sassoferrato. Il comune, intenzionato ad acquistare le opere, fa stilare un elenco. I dipinti sono 51, rispetto all’inventario seicentesco molte opere sono scomparse ed altre non erano presenti tra quelle descritte alla morte del Sassoferrato. Al numero 9 di questo elenco si legge “Simile (in questo caso, riferendosi ai dipinti elencati nei punti precedenti significa “su tela”) rappresentante il bagno di Betsabea accompagnata dalla fantesca con prospetto architettonico in discreto stato, alto cm 90 e largo 72, si crede lavoro del Salvi in gioventù” (nota 5). La collezione passa alla famiglia Frasconi e nel 1901, sempre contestualmente ad un tentativo di acquisizione pubblica, viene stilato un nuovo elenco da Corrado Ricci e Giulio Cantalamessa. I dipinti sono 47. Al numero 15 si legge: “Betsabea al bagno (…) assai probabilmente sulle tracce di una stampa tedesca” (nota 6). L’opera passa alla collezione Claudio Gallo e da lì in asta nel 1932.

L’attività di Giovanni Battista Salvi come copista è ampiamente documentata. Nel profilo dell’artista ad opera del sistema museale della provincia di Ancona (nota 7), il tema viene così affrontato: “…gli stessi presupposti culturali e di mercato stanno alla base delle numerose copie, repliche e derivazioni più e meno puntuali tratte da dipinti di famosi artisti operanti anche nel XVII secolo, tele che il Salvi realizzò avvalendosi tanto degli originali quanto delle stampe di traduzione, le quali dovettero copiosamente circolare nella sua bottega romana. Queste incisioni, affiancate e messe in relazione a vari quadri del Salvi, confermano che il suo riferimento a quei dipinti era spesso mediato dalle traduzioni incisorie realizzate da pittori ed incisori quali Federico Barocci, Ventura Salimbeni, Guido Reni, Jean Gerardin, Cornelis Bloemaert e così via. Viene quindi a definirsi con precisione sempre maggiore un catalogo di richiami quasi mai occasionali, dal momento che, nella stragrande maggioranza dei casi finora indagati più attentamente, la derivazione dai modelli incisori (Figura 3)   è puntualissima, e che le opere del Salvi dipendenti da essi sono in più casi interamente sovrapponibili al modello”(Figura 4).
Documentati sono anche diversi fogli quadrettati riferibili al pittore (Figura 5) utilizzati per esigenze di trasporto proporzionale e “pronti per la trasposizione pittorica” (nota 8).

Fig. 3

Fig. 4

Fig. 5

 

Note

[1]
 Hans Burgkmair “il vecchio” (Augsbourg 1473 – 1531/1539?), figlio di Thomas Burgkmair e padre dell’omonimo Hans “il giovane”.
[2]
ASR, TNC, uff.12, notaio Novi, 13 Settembre 1685, f.14.
[3]
ASR, TNC, uff.12, notaio Novi, testamenti, 29 luglio 1685, f.39.
[4]
Le informazioni relative ai passaggi di proprietà delle opere del Salvi sono desunte da “Patrizia Cavazzini. L’inventario in morte del Sassoferrato e il problema delle copie”. In “Sassoferrato “pictor virginum” Nuovi studi e documenti per Giovan Battista Salvi. A cura di Cecilia Prete. Istituto internazionale di Studi Piceni. Ancona: Il lavoro editoriale, 2010”.
[5]
Elenco dei dipinti esistenti nel comune di Sassoferrato provenienti da enti morali soppressi, Cappella Veronici in Archivio Centrale dello Stato, Ministero della pubblica istruzione, AA.BB.AA, Beni delle corporazioni religiose, b.6, fasc.12, 1 febbraio 1870.
[6]
“Stima della Galleria Frasconi a Sassoferrato eseguita da Corrado Ricci e Giulio Cantalamessa” in Archivio Centrale dello Stato, Ministero della pubblica istruzione, AA.BB.AA, III versamento, II serie, b.249, fasc.32, 19 giugno 1901.
[7]
“Guida di Sassoferrato, la storia, l’arte, i musei”. A cura di Giorgio Mangani, Barbara Pasquinelli, Elisa Latini, Barbara Arlia. Arti Grafiche Stibu di Urbania per conto del Sistema Museale della Provincia di Ancona, 2011.
[8]
Per i modelli incisori di molte opere del Salvi si veda “Anna Cerboni Baiardi. La mano di Apelle. Sassoferrato e l’incisione: dalla copia alla divulgazione.” In “Sassoferrato “pictor virginum” Nuovi studi e documenti per Giovan Battista Salvi. A cura di Cecilia Prete. Istituto internazionale di Studi Piceni. Ancona: Il lavoro editoriale, 2010”. Riporto qui, per maggior chiarezza, le notizie storico-critiche riguardo l’opera di Simone Cantarini (figura 3), così come sono riportate nella relativa scheda SIRBeC sul sito lombardiabeniculturali.it : “Il nome dell'inventore e incisore è indicato su una fascetta cartacea che avvolge la stampa; l'annotazione è scritta a biro. Della stampa è nota una versione dipinta, con la variante del fiore tenuto in mano dal Bambino, esposta nel 1976 a Londra, alla Heim Gallery, da questa stessa incisione deriva un dipinto del Sassoferrato.”

 

   
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