La placchetta del Bagatti Valsecchi:nuove ricerche iconografiche
di Attilio Troncavini

Pubblicato il 1 sett. 2014
   

La straordinaria placchetta del museo Bagatti Valsecchi di Milano (Fgura 1) è già stata sottoposta ad accurata analisi nel novembre 2011, dalla quale erano emerse indicazioni piuttosto vaghe sull'iconografia e sulla sua derivazione, e anche la questione della provenienza era stata risolta a favore del Veneto, dopo aver a lungo esitato attorno all'origine “lombarda”, segnatamente bresciana o mantovana. Siamo forse oggi in grado di riaprire il discorso e forse di giungere a conclusioni più soddisfacenti.

Fig. 1 - Placchetta raffigurante Cristo con simboli della Passione e dell'Eucarestia, collocato all'interno di un'architettura classica.
Rame cesellato con tracce di doratura, cm. 22,5 x 14,3, Veneto, fine XV, prima decade del XVI
(Milano, Museo Bagatti Valsecchi, Inv. n. 807, XII, Camera Rossa).


La svolta si ha con l'apertura del Museo del Duomo di Milano e con la segnalazione di un oggetto del tutto particolare che vi è esposto. Si tratta della cosiddetta Mitra colibrì (Figura 2 e 2 bis), ossia una mitra decorata con di penne di colibrì e di altri uccelli tropicali, arte messicana del terzo quarto del Cinquecento.
Nella parte centrale, verso il basso, della complessa rappresentazione compare proprio un Cristo emergente dal Sepolcro dal cui costato zampilla un fiotto di sangue che centra un calice collocato sul bordo del Sepolcro stesso, come nella placchetta del Bagatti Valsecchi.
Quest'ultimo aspetto fornisce un elemento che collega le due opere in modo è assai puntuale, nonostante nelle due immagini sia diversa  la postura del Cristo e la posizione delle sue braccia e, soprattutto, nella placchetta non compaiano i personaggi ai suoi piedi.

Fig 2 - 2bis - Mitra, mosaico policromo penne di colibrì e altri uccelli tropicali, incollate su fondo di carta e tela di cartone,
cm. 42x43 senza le vitte (in cornice lignea ottocentesca).
Arte Messicana, terzo quarto XVI secolo, Milano, Museo del Duomo, Inv. 1146
(dono dei cattolici delle Indie occidentali a Pio IV e da questi al nipote Carlo Borromeo).


Come è stato possibile accertare dalla letture dal testo di Corinna Tania Gallori, dedicato a un affresco della chiesa di Sant'Andrea ad Asola in provincia di Mantova (Figura 3), attribuito a Giovanni Antonio De Fedeli nel 1516, la scena rappresenta la Messa di san Gregorio Magno, durante la quale avviene la miracolosa apparizione del Cristo in pietà al pontefice mentre questi è intento a celebrare la messa. Questa scena compare nella Mitra colibrì, come pure in numerose altre opere di diversa natura, tra le quali lo stesso affresco asolano, collegate tra loro sul piano inconografico.

Fig. 3 - Giovanni Antonio De Fedeli (?), Monogramma dei Nomi di Gesù e Maria, affresco (1516),
Asola (Mn), chiesa di Sant'Andrea (Foto Tartarotti, Asola, Mn).


Nelle varie opere, l'immagine che più ci interessa compare all'interno di una raffigurazione piuttosto articolata che comprende, pur nella varietà dei singoli casi, la Crocifissione, scene della Passione e dei relativi strumenti (Arma Cristi), la Madonna e san Giovanni, gli Evangelisti e altro, ma soprattutto i monogrammi incrociati (Nomi) di Gesù e di Maria che formano spesso le quinte delle varie immagini. Nessuna di esse, così come i  monogrammi, rappresentavano di per sè una novità, la novità consiste nell'averle riunite in una particolare versione dei Nomi, anzi in più versioni. Il volume della Gallori, al quale si rimanda, è alquanto complesso e mette in luce molteplici aspetti.
A noi interessa evidenziare che all'origine del gruppo omogeneo di opere di cui si è detto (tra le quali la Mitra colibrì e l'affresco di Asola) - caratterizzato proprio dalla presenza della Messa di san Gregorio - si dovrebbe trovare una xilografia lombarda di fine Quattrocento-inizio Cinquecento, nota in due esemplari conservati all'Archivio Diocesano di Udine (Figura 4) e al Fine Arts Museum di San Francisco. Questa xilografia potrebbe essere l'esemplare più antico, oppure derivare a sua volta da un prototipo, forse di provenienza francese, vista l'alta concentrazione di numerosi esemplari in quest'area.

Fig. 4 - Incisore lombardo, Monogramma dei Nomi di Gesù e Maria, xilografia (XV-XVI sec.),
Udine, Archivi Storici Diocesani.


A questo punto il saggio della Gallori assume un andamento quasi da indagine poliziesca.
Sarebbe lecito pensare che il presunto autore dell'affresco, Giovanni Antonio De Fedeli, avesse impiegato come modello la xilografia lombarda di cui si è detto. Esiste però una stampa dal veronese Alessandro Scolari (1719-1759), pubblicata tra il 1739, quando diventa titolare dell'impresa avviata dal padre e l'anno della sua scomparsa, che è una ripresa della xilografia lombarda, al punto da pensare che lo Scolari disponesse della matrice originale che aveva prodotto gli esemplari di Udine e di San Francisco. Che lo Scolari si sia servito di una matrice antica è testimoniato da alcune tracce quali fori di tarli e fenditure. E' quindi probabile che Giovanni Antonio De Fedeli (o chi per esso) si sia rifatto a una versione della stampa realizzata con la matrice originale in possesso di Alessandro Scolari. Quest'ultimo aveva ricevuto numerose matrici dal zio del padre, certo Stefano Mozzi Scolari, calcolgrafo attivo a Venezia e ciò aveva fatto supporre l'origine veneta della matrice.
Invece, a favore del fatto che si sia trattato di una matrice lombarda circolante nel Bresciano vale la circostanza che Stefano Mozzi Scolari fosse di Calvisano, località bresciana che si trova a pochi chilometri da Asola. Come giustamente sostiene la Gallori, appare “una coincidenza davvero sospetta che l'unica derivazione monumentale della stampa [l'affresco di Asola] e il possessore della matrice siano legati alla medesima area”.

Torniamo alla placchetta del Bagatti Valsecchi.
In conclusione, possiamo dire che essa rappresenti la parte superiore della scena della Messa di san Gregorio e che la si possa collegare all'affresco di Asola, quindi a  un'iconografia certamente diffusa a inizio Cinquecento in Lombardia e segnatamente in un territorio tra Brescia e Mantova, ambito nel quale potrebbe essere stata prodotta.
Potremmo però anche rivoltare la questione. 
Come ci fa osservare la stessa Gallori, nell'affresco di Asola, il tipo di Imago pietatis che compare nella Messa di san Gregorio non è quello proposto dall'ipotetico prototipo, con entrambe le mani sollevate a mostrare le piaghe, ma viene sostituito da quello con il Cristo che porta la mano al costato mentre l'altra è posata su bordo del sepolcro, proprio come nella nostra placchetta.
Confermando la datazione della placchetta tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, non potrebbe essere stata proprio una sua versione a influenzare nel 1516, limitatamente alla Messa di san Gregorio,  il “possibile” Giovanni Antonio De Fedeli ?

 

Bibliografia
Corinna T. Gallori, Il monogramma dei Nomi di Gesù e Maria. Storia di un'conografia tra scrittura e immagine, Gilgamesh, Asola, Mn, 2011. Il volume aggiorna e integra il saggio della stessa autrice, Il monogramma dei Nomi di Gesù e Maria in Sant'Andrea ad Asola,  pubblicato in Brixia Sacra. La memoria della Fede. Studi storici offerti a Sua Santità Benedetto XVI nel centenario della rivista <<Brixia Sacra>> a cura di G. Archetti e G. Donni, Tomo I, Brescia 2009 p. 365-4189. Il saggio è disponibile anche in rete (http://brixiasacra.it/PDF_Brixia_Sacra/monografie%20e%20miscellanee/BS_2009_1-2.pdf).

Museo del Duomo di Milano: http://museo.duomomilano.it/it

 

L'autore ringrazia la dott.ssa Eugenia Fantone per la segnalazione della mitra presso il Museo del Duomo, la dott.ssa Giulia Benati, curatrice dello stesso museo, per aver facilitato l'uso dell'immagine e per aver segnalato il saggio della Gallori, l'amico prof. Arturo Biondelli di Asola per avergli procurato l'immagine dell'affresco di Sant'Andrea e il volume della Gallori tratto dal saggio di cui sopra.

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