Gli amici di Maffeo (Olivieri)
di Attilio Troncavini

Pubblicato il 1 nov. 2014
   

Nel 1839 il granduca Alessandro Romanov, futuro Alessandro II zar di Russia, commissionò al pittore Felice Schiavoni, triestino di nascita ma attivo a Venezia, un'enorme tela raffigurante i partecipanti alle esequie di Raffaello (Figura 1). Dopo ventanni di lavoro, nel 1859, il dipinto che misura circa 8 metri quadrati, fu inviato a san Pietroburgo e poi collocato nella residenza estiva della corte a Pushkin, dove tutt'oggi si trova.
Si tratta di una raffigurazione di pura fantasia che vede riuniti in un'unica stanza vari personaggi, alcuni notissimi come Michelangelo, Ludovico Ariosto, Giulio Romano, Pietro Bembo, Benvenuto Cellini e altri.

Fig. 1 - Felice Schiavoni (1803-1881), La morte di Raffaello (1839-1859), Pushkin, Museo Carskoe Selo.
I 19 personaggi raffigurati sono: Marcantonio Raimondi, Perino Del Vaga, Vincenzo Tamagni di San Giminiano, La Fornarina,
Giulio Romano, Baldassarre Peruzzi, un Frate, Gian Francesco Penni detto il Fattore, Andrea Navagero, Pietro Bembo,
Baldassarre Castiglione, Ludovico Ariosto, Michelangelo, Antonio Tebaldeo, Giovanni da Udine, Benvenuto Cellini,
Natale Schiavoni, Felice Schiavoni, Giulia Schiavoni Sernagiotto.

Fatte le dovute proporzioni, qualcosa di simile sarebbe potuto accadere per Maffeo Olivieri, scultore e intagliatore bresciano (1484-1543) (Nota 1), prendendo spunto da un atto notarile redatto dopo la sua morte e relativo alla destinazione di alcuni beni che gli erano appartenuti.
Infatti, in data 8 gennaio 1544, alla presenza del Notaio Giacomo Roberti di Brescia, compaiono alcuni personaggi, mentre altri sono solo evocati (Nota 2).
Essi sono, in ordine di apparizione: Vincenzo Rovetti, intagliatore e padrone della casa bresciana dove si svolge l'atto, mastro Salvatore Bucchi detto “el parent” e Giovanni Antonio Rota del fu mastro Tommaso Rota, calzolai, Antonio Zamara fu Clemente, servitore di Vincenzo Rovetti e  Francesco Rovetti, padre dello stesso Vincenzo, Giovanni Pietro Vergoni e mastro Giuseppe Nasimpa, orefice, mastro Paolo Foppa, pittore, e mastro Andrea Marone da Manerbio, pittore e intagliatore.

Cosa ci fanno queste persone raccolte attorno alle cose lasciate da Maffeo e soprattutto chi sono ?

Vincenzo Rovetti, Giovanni Pietro Vergoni e Giuseppe Nasimpa, in qualità di tutori testamentari degli eredi di Maffeo Olivieri, concedono in locazione allo stesso Vincenzo Rovetti e al padre Francesco una casa a Brescia in contrada Santo Stefano, in presenza di tre testimoni: Salvatore Bucchi, Giovanni Antonio Rota e Antonio Zamara.
Inoltre, lo stesso Vincenzo Rovetti acquista una serie di manufatti pedissequamente elencati in calce all'atto, consistenti in sculture finite e semilavorate, strumenti da falegname, carte di vario genere, il cui valore era stato in precedenza stimato dal pittore Paolo Foppa e dal pittore e intagliatore Pietro Marone.
Un accurato esame dell'elenco degli oggetti appartenuti a Maffeo Olivieri potrebbe costituire materia di uno studio a sé stante, ma non è questo il compito che ci proponiamo. Qui intendiamo concentrare l'attenzione sui personaggi con l'avvertenza che si tratterà di fornire solo alcuni spunti, poiché le vicende umane ed artistiche loro e di altri personaggi che compariranno in seguito nella trattazione, così come la natura dei loro legami, quando non abbiano già avuto una trattazione completa in altre sedi, dovranno essere successivamente indagati in modo più approfondito (Nota 3).
Diciamo subito che i calzolai Salvatore Bucchi e Giovanni Antonio Rota, che agiscono come testimoni, non assumono alcun rilievo storico artistico. Decisamente più interessante è il terzo testimone, Antonio Zamara, garzone di Vincenzo Rovetti.
Antonio Zamara è figlio di Clemente Zamara (1478 ca.-1540), scultore e intagliatore in legno di Chiari in provincia di Brescia, autore di numerose opere nel Bresciano, molte delle quale solo per via attributiva, e  per la cattedrale di Asola (Mn). Lo lega a Maffeo la comune patria clarense – anche Maffeo Olivieri viene definito “da Chiari” - che accomuna loro anche un altro celebre intagliatore, Clemente Tortelli (1500-post 1570), nipote di Clemente Zamara poiché il padre Benvenuto ne aveva sposato la sorella. Nel 1520 Clemente Tortelli riceve l'incarico di ultimare alcune statue commissionate proprio a Clemente Zamara dalla scuola del Santissimo Sacramento di Gardone (Bs) per l'altare del Corpo di Cristo della prepositurale di san Marco.
A proposito di Clemente Tortelli ci concediamo una breve digressione che ci introduce ad altri due personaggi, esclusi dall'atto del 1544 dal quale siamo partiti, ma in qualche misura collegabili a Maffeo Olivieri: Stefano Lamberti e Giovanni Maria Piantavigna.
Nel 1548, Clemente Tortelli compare nella perizia dell’ancona di san Rocco eseguita da Stefano Lamberti per la chiesa di san Giuseppe a Brescia, nominato da Salvatore Lamberti (fratello di Stefano); in controparte trova Giovanni Maria Piantavigna, eletto dalla Magnifica Comunità di Brescia.
Stefano Lamberti (1482-1538), architetto, scultore e intagliatore in legno bresciano, ha occasione di operare anche in Trentino, realizzando alcuni lavori per la parrocchiale di Santa Maria Assunta a Condino (Nota 4), dove lavorano anche Andrea e Maffeo Olivieri.
Giovanni Maria Piantavigna, del quale non sono note le date di nascita e morte, è anch'egli un architetto e intagliatore bresciano attivo nella seconda metà del XVI secolo a Brescia e nel Mantovano, segnatamente ad Asola, in Cattedrale (dove lavora anche Clemente Zamara che abbiamo citato sopra). Piantavigna non presenta un legame diretto con Maffeo, bensì con altri personaggi presenti all'atto del 1544, a cominciare da Vincenzo Rovetti dal quale riprenderemo tra breve il discorso.

La più celebre opera del Piantavigna è costituita dagli arredi per la Basilica di S.Benedetto Po (Mn),  anticamente San Benedetto in Polirone. Se è certo che siano di sua mano gli armadi della Sagrestia (1561-1563), per quanto riguarda il coro, egli ricevette il saldo attorno al 1555, ma alcune fonti ne attribuiscono l'esecuzione proprio a Vincenzo Rovetti perché è a quest'ultimo che i monaci di Polirone lo affidarono nel 1550 (Figura 2).

La questione di chi sia il vero autore del coro o, almeno, quanta parte i due intagliatori vi abbiano avuto rispettivamente non è stata ancora risolta.
Vincenzo Rovetti (o Rovetta) nasce nel 1515 e risulta dallo stesso atto che stiamo commentando attivo come intagliatore in Sant'Eufemia, un quartiere di Brescia. Il padre Francesco, forse a sua volta intagliatore attivo in Sat'Eufemia, abita in contrada sant'Afra.

Fig. 2 - Giovanni Maria Piantavigna, Armadi da sacrestia (1561-1563), legno di noce intagliato, S. Benedetto Po (Mn), Abbazia.


Sappiamo però che Vincenzo è stato allievo di Maffeo Olivieri e questo giustifica il suo ruolo di tutore testamentario degli eredi del medesimo. A parte l'attività a san Benedetto Po di cui si è già fatto cenno, Vincenzo risulta aver lavorato anche presso il cantiere della Loggia di Brescia nel 1566.
Proseguendo nella ricerca sui soggetti presenti all'atto del 1544 in casa del Notaio Roberti, su Giovanni Pietro Vergoni e Giuseppe Nasimpa, che sappiamo essere orefice, non sono per ora state reperite notizie. Potrebbe trattarsi di un caso, ma pensiamo che ciò costituisca invece l'ennesima conferma del rapporto strettissimo che c'era tra il mondo dell'oreficeria e quello degli scultori in bronzo come Maffeo Olivieri, in grado di passare dalle sculture di grandi dimensioni, alle medaglie, alle rilegature, ai bronzetti, ecc.
Veniamo ora ai due personaggi che non presenziano, ma sono citati come esecutori della perizia dei beni di Maffeo Olivieri acquistati da Vincenzo Rovetti.
Il pittore Paolo Foppa, oggi meglio conosciuto come Paolo da Caylina il Giovane (1485 ca.-post 1545) (Nota 5), è stato anche procuratore quindi erede ed esecutore testamentario del noto pittore bresciano Vincenzo Foppa (1427 ca.-1515 ca.).

Paolo da Caylina incrocia Maffeo Olivieri fin dall'inzio della sua carriera, nel 1517, quando riceve l'incarico di affrescare con un socio, Giovanni Pietro Zambelli, la cappella del santissimo sacramento di Botticino Sera (Bs). Nel contratto, Paolo da Caylina viene incaricato di procurare un crocifisso scolpito e dipinto, “…uno crucifixo relevato et messo ad olio …”, che la critica ha recentemente assegnato proprio all’Olivieri (Figura 3).
Fig. 3 - Maffeo Olivieri (attr.), Crocifisso (1517 ca.), Brescia, Museo Diocesano (già Botticino Sera, Bs, chiesa dell'Assunta).

Infine, parliamo di Andrea Maroneda Manerbio, pittore e intagliatore”, forse una delle personalità più inedite e interessanti. Andrea appartiene a una importante  famiglia di artisti bresciani, ancora in parte da indagare. Egli è figlio di Pietro Marone, anch'egli pittore e intagliatore, a sua volta nipote di quel Raffaele da Brescia (al secolo egli pure Pietro Marone), intarsiatore e intagliatore olivetano al quale si devono numerosi e celebri lavori di intarsio, cori e leggii, per numerosi conventi dell'Ordine a Monte Olivero Maggiore (Si), Napoli, Bologna e Rodengo Saiano (Bs). Nel 1519, Andrea Marone risulta essere allievo di Stefano Zambelli (che altre fonti riferiscono come Matteo), che ha lo stesso cognome del Giovanni Pietro che lavora a Botticino Sera con Paolo da Caylina (Nota 6).

Risulta difficile seguire il percorso artistico di Andrea Marone da Manerbio, che talora mostra di avvicinarsi alla produzione di Paolo da Caylina, al punto che alcune opere sono state attribuite ad Andrea Marone dopo essere state stralciate dal catalogo di Paolo (Figura 4).
Per finire, sempre nella ricerca di connessioni tra i vari personaggi, segnaliamo che a Manerbio vive Giovanni Battista Piantavigna, scultore e intagliatore, figlio di Giovanni Maria, autore nel 1602 di un tabernacolo per la chiesa della Madonna della Neve a Manerbio “più per amor che per dinari”, oltre ad altri lavori. Sempre a Manerbio, dal 1574, vive anche la sorella Cecilia, maritata al farmacista Orazio Botti.
Fig. 4 - Andrea Marone, Entrata di Gesù a Gerusalemme, Brescia, chiesa di Santa Maria delle Consolazioni.

 

Note

Nota 1
Di Maffeo Olivieri, autore di sculture e opere in legno, marmo e bronzo, attivo in Lombardia, a Venezia e in Trentino, spesso in coppia con il fratello Andrea, ci siamo già occupati in questo sito a proposito di alcuni suoi trascorsi veneziani (http://antiqua.mi.it/maffeo_olivieri.htm). Le brevi notizie biografiche ivi riferite sono da considerare aggiornate dall'esauriente voce redatta da Vito Zani per il Dizionario Biografico degli Italiani.

Nota 2
Il testo integrale dell'atto in latino cinquecentesco (A.S.Bs, Notarile Brescia, Notaio Roberti Giacomo 1537-1557 n. 720) è stato trascritto in Camillo Boselli, Regesto Artistico dei Notai roganti in Brescia dall'anno 1500 all'anno 1560, Brescia 1977, Vol. II (http://www.ateneo.brescia.it/controlpanel/uploads/supplementi-ai-commentari/S-1977b%20BoselliNotaiRoganti2.pdf, vedi p. 74).
Il testo è noto allo scrivente nella versione riportata in fondo al testo di Valentino Volta dal titolo Andrea Marone da Manerbio. Pittore, in AAVV, Manerbio nel XVI secolo, Comune di Manerbio (Bs) 1985 p.135).

Nota 3
I vari artisti vengono qui trattati principalmente in relazione ai loro rapporti con Maffeo Olivieri. Antiqua dispone di un archivio (inedito e in fase di continuo riordino) dedicato agli artefici del legno dal quale, su richiesta, è possibile ottenere dati e notizie più esaurienti su molti degli artefici citati.

Nota 4
Si tratta di una statua di Sant’Antonio Abate, realizzata tra il 1509 e il 1514 e di una Pietà con la Vergine e S.Giovanni per l’altare della Scola, pagata nel 1530.

Nota 5
Su Paolo e sulla bottega dei da Caylina segnaliamo un bellissimo e poco noto testo edito nel 2003 dal comune di Villa Carcina (Bs) curato da Pier Virgilio Begni Redona con testo di Fiorella Frisoni, Francesco De Leonardis e Rossana Prestini: Paolo da Caylina il Giovane e la bottega dei da Caylina nel panorama artistico bresciano fra Quattrocento e Cinquecento.

Nota 6
C'è da chiedersi se ci possa essere un legame famigliare con il celebre intarsiatore bergamasco Damiano Zambelli, attivo a Venezia, Bergamo, Perugia e Genova, ma soprattutto a Bologna nella chiesa di san Domenico. Questo legame potrebbe eventualmente spiegare quanto riporta lo storico bresciano Pandolfo Nessino il quale in data 6 febbraio 1523 definisce “di Bergamo” Andrea Moroni, impegnato in qualità di maestro lignario nell’esecuzione degli scranni delle monache in Santa Giulia a Brescia, che gli precisa quali affreschi del coro delle monache (1527) sono stati eseguiti da Paolo da Caylina e quali dal pittore bresciano Floriano Ferramola (1478 ca.-1528).

 

Trascrizione del testo integrale in latino dell'atto

Trascrizione e traduzione dell'atto (curata dal prof. Arturo Biondelli di Asola)

 
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