Racconti di un collezionista

Federigo Papi e il primo dipinto "venduto" da Giovanni Boldini
di Alessandro Ubertazzi

Luglio 2018
   

Qualche tempo fa mi sono recato in Val d’Aosta per far visita a Bea Chiatti e ad Anna Omodeo Zorini, due carissime amiche che avevo conosciuto a Roma molti anni or sono e che ora hanno deciso di godersi l’aria incontaminata delle Alpi.
In realtà, la mia intenzione era soprattutto quella di aiutarle in qualche modo ad esplorare e valorizzare il vasto “fondo” costituito da un incalcolabile quantitativo di disegni, taccuini da tasca, acquerelli, olii e bozzetti di Federigo Papi (Siena, 1897 - Roma, 1982), scultore e medaglista (Figura 1) che Franca Obici, la madre di Bea, aveva gelosamente custodito e, più recentemente, le aveva lasciato in eredità.

Fig. 1 - Federigo Papi, autoritratto, olio su cartone mm 141 x 239 mm, Roma, 1922, inedito


Franca Obici (Ferrara, 18 maggio 1908 – Domas, Aosta, 7 ottobre 2008), vedova Chiatti, aveva sposatola Papi nel 1969 e da allora sarebbe divenuta la sua inseparabile ispiratrice (Figurte 2 e 3), oltreché gelosa custode delle opere presenti nello studio e del suo articolato archivio, quest’ultimo preordinato ad essere conservato e studiato dalla Facoltà di Lettere dell’Ateneo di Siena (cfr. la bibliografia in calce).

Fig. 2 - Federigo Papi, Ritratto di Franca Obici, medaglia, bronzo fuso a cera persa. Ø 91 mm,  fonderia milanese (Lorioli ?), 1952, collezione Ubertazzi, 4.P2.12, inedita.

Fronte (F.): La medaglia, di evidente indole espressamente concepita secondo un’estetica “rinascimentale”, rappresenta la moglie dell’artista vista di profilo e volta a sx; essa porta un foulard; in basso, sotto l’immagine della signora, è rappresentato un ragnetto; tutto attorno la scritta FRANCA OBICI.

Retro (R.): La scena rappresenta una donna che sta lavorando al telaio con evidente intenzione allusiva alle qualità della persona rappresentata; ai due lati della figura di legge la data 19/52; sotto l’esergo, la firma PAPI.

Figura 3
Federigo Papi, testa di donna con foulard (Franca Obici), bronzetto, cm H. 11,49; L. 8,41; P. 12,38, Roma, 1935 (?), collezione Ubertazzi, 4P.3.1, inedito.

Bronzo fuso a cera persa con patina naturale; piedistallo in travertino in bronzo al quale l’opera è fissata grazie a due segmenti di vite. La statuetta rappresenta la testa di una giovane donna (ritratto di Franca Obici) con i capelli raccolti entro un foulard; la firma PAPI è incisa sul lato sx in basso.


Federigo Papi, dopo Siena e Milano, aveva a Roma il suo ultimo studio ricolmo di ricordi e di documenti della brillante carriera d’artista. Ho passato molti giorni con Anna e Bea ad aprire con curiosità e stupore pacchi di disegni e casse di bozzetti nei più diversi materiali, stipati in opportuni depositi: una inesauribile miniera di opere di grande fascino e di profondo interesse (FIGURE 4, 5, 6 e 7).

Fig. 4 - Federigo Papi, ossessi, disegno a carboncino, 210 x 310 mm,
Siena, anno III [dell’era fascista] (1924), collezione privata, inedito.

 

Fig. 5 - Federigo Papi, taglialegna, carboncino 215 x 298 mm,
Roma, 1930 (?), collezione privata, inedito.

Fig. 6 - Federigo Papi, Deposizione dalla croce, inchiostro seppia su carta,
182 x 155 mm, Roma, 1935 (?), collezione privata, inedito.

Fig. 7 - Federigo Papi, bozzetto di medaglia dedicata alla Vittoria, matita su carta da lucido, 106 x 126,5 mm, Roma, 1940 (?), collezione privata, inedito.

Assieme a Bea e ad Anna ho così potuto fotografare una parte di quel materiale anche per poterlo meglio consultare e presentare agli studiosi e ai collezionisti interessati (nota).

In quella circostanza mi era stato mostrato, fra l’altro, un bassorilievo in stucco dipinto che rappresentava il volto di Maria Callas (Figura 8).

Papi lo aveva realizzato a Milano negli anni in cui era professore alla Accademia di Brera: egli lo teneva gelosamente nello Studio e, prevedendo l’imminente conclusione della propria esistenza, aveva chiesto espressamente alla moglie che quel ritratto fosse donato a qualche importante Istituzione ove avrebbe potuto essere esposto al pubblico. Riferisco, fra parentesi, il 10 novembre 2017 l’Ambasciatrice di Grecia in Italia, Tasia Athanasíou, è stata felice di ricevere la bella opera che ora si può ammirare nella Sala delle Udienze della sede consolare ellenica di Roma.

 

Fig. 8 - Federigo Papi, Ritratto di Maria Callas, stucco policromo,
Milano, anni Sessanta del XX secolo,
Roma, Consolato di Grecia, sala delle Udienze.

Nelle piacevoli pause della meticolosa ricognizione di cui ho detto precedentemente, ci riposavamo e rifocillavamo nella bella casa di Bea e di Anna, anch’essa piena di ricordi e di oggetti d’arte: è qui che, un giorno, la mia attenzione è rimasta colpita da un “quadrino” neppure particolarmente evidente fra i tanti altri appesi alle pareti.
Dopo avere passato  in rassegna un gran numero di altre opere, ritratti e sculture piú o meno tradizionali, chiedo ancora a Bea «Ma chi è la signora ritratta in quel piccolo dipinto che mostra un’aria così nobile e composta? E’ un’altra dei tanti parenti di cui mi hai parlato?»
«No davvero ma… se ti interessa te ne racconto la storia».
«Ma certo!».
«Hai presente Giovanni Boldini?».
«Certo, ma che c’entra?».
«Se guardi attentamente» e, intanto, stacca il quadrino dal muro «vedrai che ci sono la firma e la data: Giovanni Boldini 1862» (Figura 9 e 9bis).

Fig. 9 e 9bis - Giovanni Boldini (Ferrara, 31 dicembre 1842 – Parigi, 11 gennaio 1931), Pia signora ferrarese,
olio su carta, mm. 82 x 103; foglio: 107 x 125; cornice 151 x 176, Ferrara (?), 1862.


Improvvisamente, mi sono tornate alla mente le nozioni apprese durante gli studi di storia dell’arte: in quegli anni, Boldini partiva sovente da Ferrara per recarsi a Firenze per affinare i suoi mezzi tecnici ed espressivi. Nato a Ferrara e lì cresciuto fino ad allora, Giovanni si muoveva virtuosamente nella città estense, un ambiente particolarmente colto e raffinato; la Firenze “post unitaria” rappresentava però un vero e proprio crogiolo di artisti per lui ancor più stimolante. Molti di quei giovani guardavano comunque a Parigi e taluni vi si sarebbero volentieri recati non solo per assaporare la internazionalitá garantita dalla Ville-Lumière ma, addirittura, per starci a lavorare.
Mentre osservo con attenzione l’elegante dama del quadrino in questione (nella sua cornice originale, forse di riutilizzo), chiedo a Bea «Ne conosci il nome?».
«No, non so chi sia, ma quel che è certo è che mio nonno Tito Obici (Modena, 1870 – Ferrara, 1931), che aveva comperato l’opera, diceva trattarsi di una bella e nobile dama ferrarese; in città, il nonno era titolare di un noto laboratorio di pellicceria e sartoria ma era molto conosciuto e apprezzato come esperto collezionista d’arte se non come vero proprio gallerista: per quel che ne so, coloro che avevano ceduto l’opera a Obici gli avevano riferito che essa era la prima “venduta” da Boldini per… pagarsi il primo viaggio a Parigi».
Poco dopo, a partire dal 1860, la vita di Giovanni Boldini è divenuta progressivamente più brillante anche perché, proprio a Firenze e prima di recarsi definitivamente a Parigi, egli aveva ricevuto la bella eredità di ben… 26.000 lire di allora.
Non sono uno storico dell’arte ma è stato davvero emozionante aver scoperto una simile curiosità; ancor più stimolante è stato riconoscere nei tratti della dama seduta con le mani giunte in un atteggiamento compunto e quasi compassionevole, l’indole artistica ed espressiva giá perfettamente formata del giovane artista, particolarmente attento all’eterno femminino nelle sue diverse manifestazioni.
La piccola opera, che è stata dipinta con tratti relativamente veloci, non propone ancora la raffinata voluttà delle belle femmes fatales della borghesia parigina ma contiene certamente in nuce, alcuni aspetti fondamentali della sua poetica: la felice capacità di ritrarre l’animo delle persone, una naturale propensione ad allungare lievemente la figura umana (come, in passato, avevano fatto certi artisti manieristi e certamente l’“astigmatico” Domínikos Theotokópoulos) e, infine, l’uso del fondo piuttosto indeterminato quasi per evidenziare il languore dell’incarnato femminile, mediato peraltro da colletti e maniche bianche.

 

Nota
La versione originale dell'articolo prevedeva la pubblicazione di sei medaglie e una placchetta di Federigo Papi.
Per ragioni di spazio abbiamo deciso di pubblicarne una sola nella presente nota.

Federigo Papi per Stefano Johnson, Prime Olimpiadi Universitarie Italiane, terzo premio, medaglia, bronzo rossiccio coniato, Ø 40,08 mm, Roma, 1922, collezione Ubertazzi, 4.P2.1,inedita.
F.
Un atleta ignudo si “stira” verso l’alto reggendo una lucerna accesa nella mano sx mentre sotto di lui si intravedono le braccia alzate di altri atleti che reggono altrettante luci; tutto attorno si legge la scritta IACTATA VIGET LUCEMQVE DABIT seguita da un fregio; sotto l’esergo, si vede la scritta F. PAPI mentre, al di sotto, si legge S. JOHNSON.
R.
Sulla sx della parte alta della medaglia è rappresentata la testa della dea Minerva con il capo coperto da un elmo; sopra l’esergo, a dx, si vede la firma F. PAPI; sotto l’esergo, si legge la scritta PRIME·OLIMPIADI·VNI / VERSITARIE·ITALIANE / ROMA·MCMXXII seguita da una doppia fila di punti; separata da un fregio, si legge la scritta TERZO PREMIO.

 

Chi fosse interessato ad approfondire la figura e l'opera di Federigo Papi si potrà mettere in contatto con l'autore tramite la redazione (ndr).

 

Bibliografia

Ranuccio Bianchi Bandinelli, Federigo Papi, scultore, estratto dal n. 6 della “Balzana”, rassegna di Arte Senese XX, Anno I, MCMXXVII, stabilimento di arti grafiche San Bernardino, Diena, 1928, 11 pagine.

Mario Valeriani, Federigo Papi, estratto dalla rivista “Lazio ieri e oggi”, Anno VI, n. 4, Tipografia Centenari, Roma, aprile 1970, 8 pagine.

Massimo Vezzosi, Federigo Papi; bozzetti e modelli, Edizioni Polistampa, Firenze, 2000, 40 pagine 21,2 x 29,7 cm.

Antonella Dell’Arriccia (a cura di), Federigo Papi (1897-1982); sculture, disegni, acquerelli, Archivi della Scultura italiana, catalogo della mostra organizzata dalla Galleria Ricerca d’Arte 28 febbraio – 30 marzo 2002, febbraio 2002, 104 pagine, 21 x 23,8 cm.

Valeria Mileti Nardo, Federigo Papi (1897-1982); dagli esordi agli anni Cinquanta, tesi di laurea magistrale in Storia dell’Arte presso l’Università di Siena, Dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali, a.a. 2015-2016.


 
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