La fornace da maiolica di Griante
di Giovanni Vanini

        Pubblicato il 3 mar. 2014
           

Nel territorio di Griante, località sulle rive del lago di Como, di fronte al promontorio di Bellagio, esiste una frazione denominata "Maiolica". Fonti orali, dovute più che altro al nome della zona, ipotizzano in loco la presenza, in passato, di una manifattura, senza però che si sia mai giunti al vaglio di una qualsiasi documentazione, se vogliamo escludere ottocentesche guide turistiche le quali menzionano una non meglio identificata fabbrica di "stoviglie" o "terraglie".  
 Da ricerche effettuate nell'Archivio di Stato di Como abbiamo trovato documenti che attestano inequivocabilmente l'esistenza di una fornace da maiolica, impiantata nella prima metà del Seicento da maestranze lodigiane.


1 Stampa del XIX secolo raffigurante la frazione Maiolica di Griante. 2 Mappa di Griante del 1723 (Catasto Tersiano). Il luogo dove sorgeva la fornace da maiolica è colorato in rosa, contrassegnato dal n. 316.


E' risaputo che nei secoli passati a Lodi vi siano stati costanti e cospiqui flussi migratori, sia in uscita che in entrata, che hanno caratterizzato la vita dei maiolicari in cerca di fortuna; alcuni di loro si sono spinti anche all'estero, a Lione (“tornanti”, ossia tornitori) e a Vincennes (pittori).Uno dei documenti rintracciati a Como parla di una scrittura privata del 4 aprile 1646, andata dispersa, tra il lodigiano Bernardo Negri e Angelo Molinari, che agiva anche a nome dei suoi fratelli Andrea e Giacomo, tutti di Griante, ''per una compagnia o negozio di fabbrica di majolica nel luogo di Griante, cioè alla casa de' Quadrelli''. La casa, un tempo detta "della Riva", aveva assunto il nome di "Quadrelli" per la costruzione in essa di una fornace di laterizi, e dove fu poi impiantata una fornace da calce, detta la ''Calchera della Sosta''. Per l'edificazione della fornace da maiolica Negri si era avvalso dell'apporto del fratello Antonio e del faber lignarius Antonio Porcaro; aveva viaggiato parecchio, a piedi, a cavallo, in carrozza e in barca, tra Lodi, Bergamo, Milano, Griante, Pavia, dove acquista 35 carri di terra di Stradella, a 50 soldi al carro; compra pure delle forme in gesso da un magister costruttore di forme e 4 sacchi di rena. I Molinari, dal canto loro, si erano dovuti accollare spese cospicue, come suggerisce un successivo atto che li vede recarsi a Como (18 agosto), dove ottengono un prestito da tale Giacomo Natta. La somma iniziale mutuata ammonta a 3.000 lire (da restituire entro 20 giorni, ed in caso di decorrenza dei termini, gravata da un interesse annuo del 6%), poi incrementata l'anno seguente di altre 1.200 lire. 
Avviata la produzione, ben presto nascono contrasti tra i soci. Per comporre amichevolmente le controversie, con l'intervento di amici comuni, il 28 di novembre di quello stesso 1646 viene redatto l'atto che ci ha consentito di conoscere l'evoluzione delle vicende sin qui narrate. Il documento è rogato dal notaio Michele Malacrida (i cui atti coprono il periodo 1625-1684 e sono contenuti in 37 faldoni di “imbreviature”, ossia di minute): l'accordo del 4 aprile è dichiarato «nullo» e il nuovo instrumentum pactorum è formato da 10 punti. A comprova di un’effettiva separazione consensuale sembra deporre l’impegno di Negri, con inizio l'8 dicembre, «a lavorare per 3 anni da lavorante». Alla stipula del contratto, rinnovabile a discrezione delle parti, troviamo in veste di teste il lodigiano Giorgio Tomba, sicuramente pittore in fornace. Costui è figlio di Vincenzo, da Baccagnano, uno dei faentini che nel secolo precedente erano migrati a Lodi.

Dieci i punti del nuovo sodalizio:

- 1; l'accordo fatto il 4 aprile viene dichiarato nullo e di nessun valore, come se non fosse mai stato fatto. Molinari ha consegnato a Negri 300 lire e Negri nulla potrà pretendere.
- 2; sono nate parecchie discordie e a mezzo di comuni amici hanno annullato l'accordo.
- 3; avendo Molinari sborsato a Negri lire 897:17:6, cioè lire 873:10, poi 17:15 a caparra per delle forme, e lire 6:12:6 per il gesso, come appare nella lista del 16 agosto.
- 4; Negri si obbliga a lavorar per lavorante al detto Molinari e fabricarli della majolica nel modo che sarà bisogno e far roba di qualsivoglia sorte, si grande come piccola, nel modo  che bisognerà per cocer la fornace et anco che bisognerà fare nel modo che sarà dato le commissioni o fatture (...) e quando occorresse fare qualche robba straordinaria, per la fattura abbiano a stare al giudizio del pitore e fornasaro, senza replica alcuna (...). Tutte le robbe che Negri fabbricherà abbi Molinari a pagarle al prezzo che se fa pubblicamente in Lodi e non altrimenti, salvo le robbe come sopra''.
- 5; dare la materia per fabbricar majolica, in modo che si possa lavorare.
- 6; Molinari o i suoi fratelli dovranno mantenere la materia per fabbricar majolica e Negri promette e si obbliga lavorare per 3 anni, con inizio l'8 dicembre. Terminati i 3 anni l'8 dicembre 1649, Negri dovrà avvisare se vuol seguitare a lavorare e Molinari a licenziarlo, e tutto ciò si dovrà fare a bocca, alla presenza di due testimoni degni di fede.
- 7; Molinari dovrà dare a Negri materia per lavorare e se mancasse per 8 giorni pagherà 40 soldi al giorno e se la cosa si protrarrebbe, dopo gli 8 giorni  pagare 4 lire al giorno, trattandosi però sempre di giorni di lavoro.
- 8; Negri sia obligato a lavorare ai Molinari per 3 anni, nel caso non volesse lavorare e che il negozio restasse imperfetto, in tal caso abbi Negri pagare ai Molinari ogni spese e danni che potranno patire, salvo fosse per causa di infermità, che Dio non vogli, in tal caso fino a che sarà guarito, non resta obbligato a cosa alcuna.
- 9; in caso che i Molinari domandassero qualche consiglio o parere a Negri per esercizio della fabbrica, Negri gli abbia da dare il suo parere, come così promette Negri di farlo.
- 10; i Molinari abbino dare a Negri casa condecente, cioè una camera con camino per abitare con sua famiglia per tutto il tempo senza pagamento alcuno ogni volta che stasse ad abitare alla casa de' Quadrelli, et caso che andasse ad abitare in altro loco, i Molinari se intendino di non esser obligati a darli tal camera.
L'atto viene stipulato a Griante, in casa del notaio, testi: Giorgio fq. (filus quondam = figlio del fu) Vincenzo Tomba, di Lodi, abitante a Griante - Lorenzo fq. Francesco Maynoni e Carlo fq. Lodovico Frasari di Griante - pronotaio Gio.Battista fq. Fabrizio Macini e Bernardo f. Giovanni Stoppani di Griante.

L'anno successivo, 1647, in un atto sempre del notaio Malacrida, tra i pronotai compare, assieme ai figli di Tomba, Giovan Battista e Vincenzo, anche il quindicenne lodigiano Giulio Garofoli, i cui avi possedevano già dal Cinquecento una fornace da maiolica nella città laudense, nei pressi della chiesa di S. Giacomo Maggiore. parte degli interessi, non risultano estinti, sicchè i Molinari, Angelo (che con il figlio Carlo Francesco si era trasferito a Alessandria), Andrea (con Francesco), e Giacomo (con Donato e Giuseppe), promettono a Natta di saldare il conto entro l'anno in cambio di uno sconto di 600 lire.

3 Elenco di maioliche prodotte dalla fornace di Griante
estratto da un documento del 1649.

4 Firma autografa di Giorgio Tomba.

La parola agli storici comaschi
Non sappiamo quanto a lungo l'attività sia proseguita e se sia stata coronata dal successo, anche perché uno spoglio esaustivo della documentazione giacente negli archivi avrebbe richiesto tempi incompatibili con i limiti che ci eravamo prefissi. Il lavoro da parte nostra termina dunque qui, con l'auspicio che possa suscitare interesse per più approfondite indagini da parte degli storici locali.  

Gemellaggio. Perché no?
Un sottile filo sembra legare Griante con il territorio lodigiano: la parrocchiale di Griante, unica in tutto il Comasco, è dedicata, come una chiesa lodigiana ai SS. Nabore e Felice, soldati d'origine nord-africana martirizzati all'inizio del IV secolo a Laus Pompeia. Oltre ai maiolicari del XVII secolo, un altro lodigiano ha vissuto a Griante: il conte Giovan Battista Sommariva, nativo di Sant'Angelo, il quale, nel 1795, acquistò l'imponente costruzione di Villa Carlotta, trasformandola in uno scrigno d'opere d'arte, punto di richiamo e di incontro per la mondanità internazionale del suo tempo. Soggiornò spesso in questi luoghi anche la lodigiana Giuseppina Strepponi con Giuseppe Verdi, ospiti degli editori Ricordi, proprietari di Villa Margherita, dove, si dice, il Maestro abbia composto le migliori arie della Traviata.

I lodigiani presenti sulla scena
Di Bernardo Negri sappiamo che prima di recarsi a Griante, era lavorante nella fornace lodigiana dei f.lli Penaroli, in Lodino; era stato querelato per ben due volte da alcuni mercanti di maiolica: la prima volta nel 1638 dal milanese Michele Valle (vertenza di cui non si è potuta chiarire l'esatta tipologia) e ancora nell'aprile 1641 dai Copelloti per il mancato pagamento di una fornitura di maiolica (a quella data i Copelloti non avevano ancora impiantato una propria  manifattura). Nel 1643 impalma in duomo Laura Caravaggio, pronipote di Dionisio, dapprima calzolaio, poi gerente con il faentino Giulio Cavalari di una fornace da maiolica posta fuori porta Cremonese. Notiamo di passata che nel successivo marzo Negri ritira una querela depositata l'anno prima presso l'ufficio del pretore di Lodi contro un certo Francesco Bernardi; figura tra i testimoni dell'atto, vergato a Griante, il già citato Giorgio Tomba, pronotai sono i figli Giovan Battista e Vincenzo, con Giulio Garofoli.
Nel gennaio 1649 una figlia di Negri nasce a Lodi, indizio che la famiglia è tornata in città; nel maggio 1652 un'altra figlia, Anna, avrà come padrino di battesimo Giovan Battista Copelloti, proprietario da pochi  anni con il fratello Antonio Maria della fornace omonima, impiantata alla fine del 1641. E' quindi verosimile pensare che Bernardo lavori presso di loro. Quanto a Giorgio Tomba, sappiamo che affittò per un paio d'anni la fornace Garofoli (1635-1636); fu decisamente prolifico: da tre mogli diverse, Claudia, Angela e Orsina ebbe un gran numero di figli, non meno di 13 (tra cui Maurizio, che sarà prete). Tornato a Lodi, vi muore nel 1648, in una situazione economica non certo florida, tanto che il figlio Giovan Battista ripudierà la propria porzione di eredità paterna.
Giulio Garofoli a 4 anni era rimasto orfano del padre Leonardo, e sua madre si era risposata, due anni dopo la morte del marito, con un tale di Ospitaletto; la tutela del figlio era quindi passata dalla madre allo zio prete don Camillo Garofoli. A quindici anni va a Griante, dove rimarrà per una decina d'anni; rientrato a Lodi nel 1656, apre una bottega con la zia Vittoria e suo marito Antonio Bossi detti Zerbini; in bottega, presa in affitto in piazza Maggiore, sono esitati vetri, piccole chiavi e ferrarezze. Nel 1659 conduce all'altare Caterina Trezza, figlia di Francesca Anelli, già proprietaria con le sue sorelle di una fornace da predame (manufatti d'uso comune in terra rossa) in vicinia S. Giacomo; il matrimonio non produce prole, così che nel testamento, dettato un anno prima della morte, avvenuta nel 1683, Giulio nomina erede universale la cappella di S. Anna, eretta nella chiesa di S. Giacomo Maggiore dai propri antenati; dell'eredità fa parte anche l'antica fornace da maiolica Garofoli, in quel momento affittata a Bartolomeo Copelloti. A distanza di poco più di un anno dalla sua morte, Caterina si accasa con il vedovo Cristoforo Palazzi.

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