Una curiosa testimonianza di metamorfosi stilistica
di Lucien Zinutti

  Pubblicato il 2 nov. 2015

Questo mobile da sagrestia friulano (Figura 1), ascrivibile all’area spilimberghese, fu già pubblicato 40 anni fa circa dal dottor Luigi Ciceri sulla rivista Sot la Nape, come mobile del XVIII secolo. Non ebbe torto nel fornire tale datazione, sebbene sembri più antico.

Appartiene a una colta collezionista di Udine appassionata d’arte antica, la quale con gli anni si è attorniata di splendide opere di pittura, scultura ed ebanisteria, che costituiscono una delle rare e preziose collezioni esistenti in Friuli.

La signora mi disse d’aver acquistato questo mobile circa 40 anni fa da un antiquario cittadino e mi chiese di esprimermi in merito alla sua autenticità che era stata messa in dubbio. Caricato da questa responsabilità, mi sono accinto a prendere in esame questo esemplare.

Il mobile presenta una base in stile Luigi XIV, databile alla fine del XVII secolo, mentre l’impostazione architettonica dell’alzata è ancora cinquecentesca.

Anche le decorazioni a intaglio dimostrano piena adesione al lessico rinascimentale: colonne tortili intersecate da tralci di vite con capitelli ionici, fastigio apicale a due volute scolpite e concatenate, che seguono fedelmente i canoni stilistici della Rinascenza, con l’aggiunta d’intagli a valva di conchiglia, stilema ricorrente sui manufatti friulani in noce scolpito di quell’epoca.

Un mobile tanto ibrido da trarre in inganno il professor Tito Miotti, che lo pubblicò nel suo volume (Il Mobile Friulano, Goerlich, Milano 1970, p. 50, fig. 70) indicando erroneamente la parte superiore non pertinente alla base.

Fig. 1

Si tratta di un’ affermazione inesatta che va smentita con una seria ed esplicita analisi, in modo che tutti possano comprendere questo importante e raro esemplare.
Certamente lo spiccato sapore rinascimentale dell’alzata è in netto contrasto con le soluzioni stilistiche della base e, per i meno esperti, può far sorgere il dubbio sulla pertinenza dell’alzata.
Ma osservando attentamente i suoi fregi laterali (Figura 2), notiamo che sono una fedele riproposta di quelli presenti nel corpo inferiore (Figura 3), inoltre la sgorbia dell’intagliatore scorre lungo questi fregi - sia nella base che nell’alzata – con la stessa modalità di incisione, attestando che l’esecuzione è opera del medesimo artefice.

Fig. 2
Fig. 3


Inoltre sono della stessa qualità di noce e presentano la medesima patina d’invecchiamento, escludendo ulteriormente che possa trattarsi di rifacimenti posteriori. Se tali fregi – di così spiccato sapore barocchetto - risultano coevi all’alzata, sanciscono contestualmente che il manufatto risale al
XVIII secolo, sebbene la foggia architettonica sia antecedente.
La certezza che il manufatto nasca come un unico insieme e derivi da una singola unità produttiva viene nuovamente confermata dai materiali impiegati per la costruzione degli schienali, sia nell’alzata che nella base: essi provengono dalla stessa partita di legname.
Un mobile che presenta tuttavia un curioso e insolito ibridismo, ma non è il solo; conosco altri esemplari che presentano simili caratteristiche, e anche a questo fatto si può dare una spiegazione logica. Le incongruenze stilistiche presenti sul mobile in esame si riscontrano a volte sui mobili
di provincia, dove - all’epoca - le nuove mode imposte dalle capitali europee dell’arte giungevano in ritardo. In questo caso, sicuramente il Bernini aveva già fornito da molto tempo disegni di mobili chiesastici con alzate di concezione barocca, ma allora l’informazione viaggiava lentamente, non esistevano i mezzi di comunicazione odierni.
L’ebanista di provincia non sempre possedeva la cognizione delle moderne soluzioni stilistiche. Oppure poteva anche dipendere dalle committenze provinciali e conservatrici, che, rimanendo ancorate ai vecchi canoni stilistici, non sempre gradivano e permettevano l’innovazione.

L’impianto costruttivo del cassettone di base presenta una foggia squadrata abbellita da fregi laterali e da un vigoroso intaglio naturalistico scandito da cornici in aggetto che insieme gli conferiscono un marcato carattere Luigi XIV.

La base ha la tipica impostazione seicentesca, ma la foggia squadrata si è protratta per quasi tutto il XVIII secolo, come in questo caso. L’epoca di questo manufatto viene testimoniata dal carattere delle decorazioni: la fluidità dell’intaglio che germoglia nel substrato ligneo, in cui sbocciano delicate corolle di fiore, denota, infatti, un maturo sapore barocchetto che permette di datare il mobile attorno al 1740.

L’alzata invece, per avere coerenza stilistica con la base , avrebbe dovuto avere un’evoluzione barocca, con una cimasa modanata a volute; ma la decisione di realizzare un sopralzo architettonico rinascimentale a mo' di tabernacolo potrebbe essere vincolata dalla sua funzione religiosa, come rimando all’altare ancora concepito come “ancona” a sportelli mobili che i tedeschi chiamano fluegelaltar (altare ad ali). Uno schema altaristico di spirito ancora medioevale che aveva ottenuto notevole successo e diffusione nell’Europa centrale. Quest’ultima ipotesi verrebbe        confermata anche dai simboli liturgici raffigurati sulle ante, più precisamente dall'ostensorio intarsiato in acero sullo sportello centrale dell'alzata (Figura 4).

In conclusione, si tratta di un oggetto integro in tutte le sue parti, in ottimo stato di conservazione, ancora con la sua patina originale e con le sue maniglie in ferro coeve.
Un esemplare molto pregevole oltre ché per la qualità d’esecuzione, per le dimensioni contenute, alquanto rare per questa tipologia di mobili. Questo esemplare di qualità museale è un’importante
testimonianza dell’arredo religioso in Friuli nella prima metà del XVIII secolo, forse - considerate le dimensioni – appartenuto ad una cappella privata.

Fig. 4
   
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