Un pregevole cassone veneto istoriato del cinquecento
di Lucien Zinutti

  Pubblicato il 1 mag. 2015
   

Il cassone in esame, realizzato in legno di cedro, è istoriato sul frontale, sui lati e sul coperchio.
Esso rievoca temi tornati all'epoca d'attualità: gli scontri tra cristiani e musulmani alla fine della prima crociata, durante l’assedio di Gerusalemme del 1099.
Al centro del coperchio troviamo uno scudo con evoluzione a cartoccio cinquecentesca, racchiuso da un intaglio naturalistico a motivi fogliacei. All’interno dello scudo, risaltano due simboli: cinque gocce e una luna calante; lo scudo è sorretto da due angeli e un elmo corona la parte superiore (Figura 1).

Fig. 1


A proposito di quest’ultimo, sappiamo che i primi stemmi araldici riportavano quasi sempre anche un elmo, poi nel tempo questo non fu più usato, sostituito da armi bianche.
L’araldica, che nacque nei primi decenni del XII secolo, aveva inizialmente lo scopo di distinguere i cavalieri resi irriconoscibili dalle loro armature. L’idea di decorare lo scudo o l’elmo a scopo identificativo con simboli si diffuse presto nella vita civile e tali simboli araldici divennero ereditari.
Sul coperchio, ai lati dello stemma, ammiriamo due scene con velieri che navigano a vele spiegate verso la Terrasanta. Alla partenza assistono tre personalità femminili, di cui una con la spada in mano. Un cavaliere, in parte, segue la scena reggendo in mano un’alabarda e lo scudo, sul capo un elmo sovrastato da pennacchio (Figura 2)

Fig. 2

La tecnica d’incisione è a intaglio piatto, detta a champlevé, con rifiniture in pirografia.
Il frontale  (Figura 3) presenta una decorazione complessa: una fascia superiore con otto angeli musicanti, una fascia inferiore centrata da testa di fauno da cui si diramano racemi naturalistici su campiture bocciardate e al centro tre scene bibliche racchiuse entro cornici in aggetto, intercalate da quattro soldati con elmo piumato sul capo e spada e scudo in mano.
La prima da sinistra raffigura il re Saul che offre le sue armi a Davide per affrontare Golia, che invece preferisce armare la sua fionda. Quella centrale rappresenta Davide che decapita Golia, e l’ultima a destra rappresenta Davide davanti al re Saul con la testa di Golia. Tutte le scene sono realizzate con un intaglio piatto e sono innervate da rifiniture pirografate.
I fianchi sono entrambi centrati da una maniglia sagomata in ferro forgiato (Figura 4).
Delineati ad intaglio piatto, emergono i tetti di Gerusalemme liberata, sui quali sventola lo stendardo a strisce orizzontali dei crociati.  Il cassone appoggia su una modanatura di base a zoccolo.

Fig. 3
Fig. 4


L’iconografia di questo cassone è ispirata al tema eroico della prima crociata che vide combattere i nobili Goffredo di Buglione duca d’Alta Lorena, Raimondo di Saint-Gilles conte di Tolosa, i normanni Boemondo e Tancredi di Taranto e Roberto di Normandia, per la riconquista di Gerusalemme caduta in mano agli infedeli.
Questo tema aveva ispirato anche la Gerusalemme liberata, il maggiore poema epico di Torquato Tasso (1544-1595). Lo scrittore iniziò probabilmente a scriverlo già all’età di 15 anni, tra il 1559 ed il 1560, durante il suo soggiorno a Venezia. L’opera fu pubblicata a Venezia senza l’autorizzazione del poeta nell’estate del 1580 da Celio Malespini con il titolo di Goffredo, presso l’editore Cavalcalupo.
Un anno dopo la nascita di Tasso era stato indetto il Concilio di Trento, che si concluse nel 1563 dando una perentoria risposta alle nuove dottrine del calvinismo e del luteranesimo. Il Concilio Tridentino segnò una tappa fondamentale del processo controriformistico e contribuì alla nascita di un nuovo clima di rigore ortodosso che investì l’arte sacra e non solo, prevalendo sugli ideali umanistici e rinascimentali di riscoperta del mondo classico.
Nell’espressione dell’arte lignea di questo cassone viene rievocata la compattezza riscoperta dai cristiani che dovettero combattere per difendere la propria fede dalle minacce esterne dei Turchi e dalle spinte interne disgregatrici causate della riforma luterana.
Questo manufatto, con i suoi rimandi all’opera del Tasso, è ascrivibile all’area veneta, dove tale opera venne pubblicata nel 1580. La sua datazione risale all’ultimo quarto del XVI secolo. È in corso lo studio dello stemma nobiliare inciso sul coperchio, a conclusione del quale potremo avere maggiori indicazioni sulla famiglia e quindi la precisa  area geografica di provenienza di questo straordinario cassone.
Di questa tipologia di manufatti antichi si è occupato di recente anche il prof. Jacques Mercier,  ricercatore presso il CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique). La sua ricerca lo ha portato in Veneto dove ha avuto contatti con alcuni conservatori di  musei sia Venezia che a Udine,  in cui sono conservati oggetti simili. Nel corso di un incontro mi ha fatto curiosamente  notare le  fotografie di manufatti del Cinquecento trovati in una chiesa in Etiopia, quali due portelle di un trittico ligneo (Figura 5), che curiosamente recavano la  medesima tipologia veneta  di decorazione a champlevé.
Abbiamo convenuto che si debba indubbiamente trattare d’arte veneziana proveniente da Creta, territorio veneziano dai tempi della quarta crociata del 1204 sino al 1669, all’epoca al centro di importanti scambi commerciali intercontinentali.

Fig. 5


Bibliografia

T.Miotti, Nobiltà del mobile friulano, Udine 1990, p. 65-81
C.Santini, Mille mobili veneti I (Vi, Tv, Bl), Artioli, Modena 1999, p- 14-23.

   
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