Cassettone a ribalta, Finarte marzo 1988 n. 101

“Legnamari” attivi a Milano nella seconda metà del Settecento tra associazioni e libera iniziativa.
di Andrea Bardelli

Presso l’Archivio Storica di Milano (ASMi) si conservano alcuni importanti documenti inerenti le associazioni di artefici del legno nella Milano del Settecento. Prendiamo, in particolare, due documenti riguardanti i “legnamari”, ossia i falegnami propriamente detti, riuniti nell’Università de Legnamari, dalla quale si erano dissociati gli intagliatori e gli scultori in legno. Si tratta delle “Osservazioni fatte dal Corpo degl’Individui dé Legnamari sopra i Libri, e Scritture della loro Università esistenti negli Atti del Supremo Real Consiglio” e dell’“Instrumento della Abolizione e Soppressione della Università o sia Scuola de Falegnami della Città di Milano”. I nomi di vari artefici sono stati riportati, in ordine alfabetico, in un apposito elenco.


“Osservazioni”
Il primo documento, denominato “Osservazioni” non è datato, ma il riferimento alla data del 1770 che esso contiene – da intendersi come data “post quem” - fa ritenere che sia stato redatto tra il 1770 e il 1773, anno di abolizione dell’Università dei legnamari. In esso sono citati 47 nominativi, specificando che si tratta di persone che pagano gli estimi all’Università, ossia le quote per essere membri dell’associazione, oppure altre somme in relazione alla loro appartenenza alla stessa. Di questi artefici o presunti tali si è tentato di ricostruire l’identità personale e professionale incrociando i dati in nostro possesso.
Risultano raccolte e classificate notizie abbastanza certe sui seguenti nominativi: Pietro Canevesi, Giuseppe Colombo, Pietro Antonio Mezzanotti, Giovanni Antonio Piantanida, Giuseppe Antonio Ratto, Antonio Maria Valentini e Vezzani.

Pietro Canevesi potrebbe appartenere alla famiglia Canavesi, Canavese, Canevesi o Canevese, che annovera numerosi artefici del legno attivi a Milano e provincia nel XVII e XVIII secolo, meglio noti come “Spadini”, forse per ovviare alla questione della molteplice denominazione. Diversi membri di questa famiglia rivestono cariche rilevanti nella stessa Università dei Falegnami durante il Seicento, ma il personaggio più noto è Carlo Canavese, autore nel 1643, insieme a Carlo Garavaglia del coro della chiesa benedettina di San Pietro in Gessate a Milano. In realtà, un Pietro Canavesi sottoscrive nel 1728 gli atti di costituzione dell’Università degli intagliatori e scultori in legno, nel 1732 (come Canevese Pietro) risulta in carica come quarto consigliere tra gli ufficiali della dell’Università suddetta e compare nel 1753 come tesoriere della stessa istituzione. Potrebbe trattarsi della stessa persona che, ad un certo punto, abbia optato per l’iscrizione all’Università dei Falegnami, dal momento che il suo nome non compare tra gli intagliatori all’atto della Soppressione della loro Università avvenuto nel 1774.

Giuseppe Colombo è forse l’artefice di cui si hanno più notizie. Era originario di Mortara (Pv) da cui il soprannome di “Mortarino” ed esegue numerosi lavori, quasi tutti noti alla critica, datati dal 1774 al 1787 a cui se ne aggiungono altri attribuiti su base stilistica. Con lui lavoravano i figli Pietro e Marco che firmano un tavolo datato 1787, e quindi possibile che lui o più facilmente la sua ditta sia sopravvissuta a lungo; attorno al 1830, infatti, si registra a Milano la presenza di un Colombo Giuseppe “falegname di mobili e di fabbrica”.

Pietro Antonio Mezzanotti, come vedremo tra breve, compare nella convocazione del 9 gennaio 1773 relativa alla riunione per l’abolizione dell’Università dei Falegnami e, due giorni dopo, vi partecipa in qualità di tesoriere. All’epoca risulta attivo in Porta Romana. Nel 1777 lo ritroviamo a Milano in palazzo Greppi dove prepara le “mostre” ossia i modelli di alcuni serramenti che saranno poi realizzati poi da Giuliano Gilardelli e Giuseppe Redaelli.
Controversa è l’identificazione del Piantanida che paga depositi per maestranze all’Università dei falegnami tra il 1765 e il 1766 in Giovanni Antonio Piantanida, indicato come l’autore, insieme a Lorenzo Taverna, del coro ligneo della chiesa di Santa Maria alla Porta a Milano nel 1770.

Cassettone a ribalta, Boetto maggio 2002 n. 331

 

La questione merita certamente un approfondimento perché il coro in questione è uno dei rari casi di arredo sacro barocchetto, in perfetta sintonia sul piano formale e decorativo con tanta mobilia profana generalmente attribuita alle botteghe lombarde della metà circa del Settecento. I cognomi Piantanida e Taverna, appartenenti a note famiglie milanesi hanno fatto pensare, in un primo momento, che la fonte citata abbia frainteso gli esecutori con i committenti. Tuttavia, alla famiglia Piantanida appartengono anche numerose figure di artefici, soprattutto costruttori e lapicidi, attivi nelle chiese di Milano e provincia in varie epoche.
Di Giuseppe Antonio Ratto sappiamo che, nel 1714, viene pagato per la cassa dell’organo e due cantorie in San Marco a Milano.
Un cenno a parte deve essere fatto a proposito di Antonio Maria Valentini, il quale risulta pagare gli estimi all’università dei falegnami dal documento denominato “Osservazioni” del quale stiamo parlando. Merita di essere almeno suggerita l’ipotesi che possa trattarsi di uno dei fratelli De Valentinis, i quali firmano due celebri trumeaux con le cornicette ebanizzate, datati entrambe 1763.
Infine, il Vezzani di cui parla il documento “Osservazioni” si potrebbe identificare con il Carlo Vezani o Vezzano il quale, nel 1719, riceve un pagamento per l’esecuzione della custodia del tabernacolo, con mensole intagliate, per la chiesa delle Orsoline e, nel 1725, riveste il ruolo di sindaco di porta Orientale per la scuola dei Falegnami, incarico quindi precedente a quello di tesoriere per il quale ci è noto dal documento sopra citato.
Altri artefici che compaiono in “Osservazione” sono di identificazione più incerta. Solo a titolo di esempio citiamo il caso del Cozzi, forse quel Baldassarre Cozzo che compare come testimone a Lainate nel 1734, con la qualifica di console e la professione di legnamaro, in occasione dell'inventario delle rendite del Conte Giulio Visconti Borromeo per la “catastazione”, ossia l'accertamento dei beni per la tassazione degli stessi.



"Abolizione”
Veniamo ora al secondo documento denominato “Abolizione” che è datato11 gennaio 1773 e consiste nell’atto che segna la fine dell’Università dei legnamari.
In detto documento figurano complessivamente 61 nominativi appartenenti all’Università che vengono convocati in data 9 gennaio 1773 per conoscere le “superiori determinazioni” relative all’Università; questa lista è particolarmente interessante perché consente, tra le altre cose, di individuare le zone cittadine, identificate con le Porte, nelle quali la maggior parte dei soggetti convocati abitavano e dove, presumibilmente, esercitava la sua attività, essendo consuetudine che casa e bottega coincidessero.
Le porte sono Porta Comasina, Porta Nuova, Porta Orientale, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Vercellina, ossia quelle segnalate nella “Pianta della Gran Città di Milano e suo Castello” di Johann Georg Seiller, inserita nella “Descrizione di Milano” di Servilio Lattuada, edita a Milano nel 1737. Diremo subito, in merito, che gli artigiani in questione non risultano concentrati in alcuna zona particolare.Cassettone a ribalta, Brixiantiquaria 1998
Di norma, non vi sono indicazioni circa l’esatta attività esercitata da questi soggetti.
Molto interessante è il caso di Carlo Brenna, espressamente citato “per li lavori d’Ebano” e di Carl’Antonio Marone “per le cadreghe da inliscare”.
Di alcuni si sa che fabbricavano strumenti musicali, come Carlo Bernacco e Pietro Giovanni Mantegazza, di altri che fabbricavano altri generi, per noi privi di interesse diretto, come mulini, fusti da sella o altro (De Lorenzi, Cattaneo, Carlo Abbiati, Angelo Maria Vercelli). Per tutti gli altri, poiché era consuetudine che i membri di una certa corporazione ne svolgessero il relativo mestiere, possiamo pensare che rientrassero nella categoria dei falegnami, ma non è detto, invece, che tutti fabbricassero mobili; alcuni, ad esempio, potevano essere dediti alla costruzione di serramenti (come nel caso accertato di Pietro Antonio Mezzanotti) o simili.
Con un procedimento simile a quello usato con riferimento al primo documento (“Osservazioni”), vediamo quali sono gli artefici sui quali è stato possibile reperire notizie.
Essi sono Giuseppe Antegnati, Carlo Benzoni, Antonio Fumagalli e Antonio Maria Pozzi. Due di loro, come vedremo, sono registrati per lavori d’intaglio, ma, evidentemente, erano anche falegnami.
Numerose sono le informazioni raccolte su Giuseppe Antegnati o Antignati, noto principalmente per aver eseguito il modello ligneo della Madonnina del Duomo di Milano, ultimato nel 1770. Nasce a Milano nel 1704 nella parrocchia di San Nazzaro e muore nel gennaio 1778. La sua prima opera attestata e la statua lignea della Madonna Immacolata del 1743 per la chiesa di Talamona in Bassa Valtellina. Al suo catalogo appartengono numerose statue lignee della Vergine, "puttini" e altri ornati per varie chiese sia a Milano (San Giorgio a Palazzo, San Vito al Carrobio, Sant'Angelo, San Marcellino) e dintorni (Abbiategrasso), sia in altre province (Monza, Desio, Pavia, Vigevano, Mortara, Casorate Primo, Gambolò, Merate, Dolzago, Lodi, Gorla Minore).
Quanto a Carlo Benzone, potrebbe trattarsi di uno dei due fratelli Benzoni ai quali Alvar Gonzales Palacios attribuisce, seppure dubitativamente, un cassettone che reca l’iscrizione “FB fecit Milano”, già a Firenze sul mercato antiquario. Secondo il Servitore di piazza del 1791 erano residenti a Milano nel corso P.N. 1373, notizia questa riportata anche dall’Alberici. L’altro fratello potrebbe essere Girolamo, citato dalla stessa Alberici che gli attribuisce gli arredi di casa Perego a Milano ricavando la notizia dal Praz. Potrebbe trattarsi dello stesso Antonio Fumagalli citato in Abolizione” l’omonimo intestatario di una ditta documentata nel 1837 come “Antonio Fumagalli. Mercante di mobili di ogni qualità … Milano nella contrada del Monte n. 1328”, ricavabile da fattura indirizzata al conte Giacomo Taverna e conservata presso la Civica Raccolta delle Stampe A. Bertarelli.
Infine, di Antonio Maria Pozzi sappiamo che nel 1749 intaglia i sedili del coro di San Carpoforo per la scuola del SS. Sacramento e che abitava in porta Orientale parrocchia di San Babila, circostanza quest’ultima confermata dal documento denominato “Abolizione” di cui stiamo trattando.

Riassunto e qualche conclusione
Nel documento del 1770 circa, denominato “Osservazioni” compaiono 47 nominativi; di questi, solo 13 figurano anche nel documento del 1773 denominato “Abolizione” che, complessivamente ne elenca 61. Dove sono finiti gli altri ? Inoltre, dei 95 soggetti che figurano variamente nei due documenti, solo 11 sono noti per qualche lavoro. Come mai così pochi?
Diremo, innanzi tutto, che alcuni artefici di cui si hanno notizie, attivi nel periodo considerato, operavano fuori Milano e non erano pertanto iscritti all’Università.
E’ il caso del celebre Giuseppe Maggiolini, ma anche come Giuseppe Busneto, attivo a Meda (Mi), autore nel 1755 di una celebre coppia di cassettoni intarsiati con il cosiddetto motivo a “pel de rava”.
Per quanto riguarda altri artefici sicuramente attivi a Milano - cito per tutti Giovanni Farina, Serafino Gaglio, Epifanio Moreschie Francesco Preda – la notizie loro riferibili sono posteriori alla data di abolizione dell’Università dei Falegnami. In molti casi, poi, le due circostanze si verificano simultaneamente, ossia si tratta di artefici operanti fuori Milano e specializzati nella produzione di mobili neoclassici. Non costituiscono un’eccezione i fratelli Cassina, esecutori di un tavolino recante la scritta “1796 li 26 Giugno Fabri(ca)to dalli Fratelli Cassina in Milano (già Semenzato, settembre 2000), che si potrebbero identificare con Giuseppe e Francesco Cassina. Il primo è solo citato come intarsiatore, mentre il secondo risulta attivo a Meda nel 1779 firmando una ribalta come segue: “1779, 10 febbraio – Questo buro è stato fabbricato di Francesco Cassina in Meda, detto il Volpino”.
Possiamo quindi pensare che, attorno al 1770, si sia verificato un generalizzato processo di disaffezione nei confronti dell’Università dei falegnami, recepita come un organismo sempre più esoso e corrotto e che ciò sia coinciso con un vero e proprio cambio generazionale, perfezionatosi negli anni successivi. Può essere cioè che, dopo il 1773, si sia imposto un nuovo modo di produrre mobili caratterizzato, da un punto di vista imprenditoriale, dalla mancanza di organismi associazionistici e quindi da una maggiore libertà sul piano professionale, da un punto di vista artistico, dall’adesione ai dettami dello stile neoclassico.
Si può quindi presumere che numerosi artefici citati nei due documenti abbiano cessato l’attività dopo essere stati attivi attorno agli anni Cinquanta e Sessanta del Settecento. Proprio tra di loro dovranno essere scovati - sperando nelle conferme derivanti dalla scoperta di nuovi documenti e di qualche mobile “firmato” - gli artefici di tanti cassettoni, ribalte e trumeaux lombardi di gusto barocchetto.

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