Una gondola a Vienna, dove al Prater, tra il 1895 e il 1901 fu realizzato uno dei primi parchi a tema della storia: Venedig in Wien

La gondola e suoi legni.
di Alessandro Marzo Magno

È un po' come il calabrone che non dovrebbe volare, ma vola. Così la gondola, tutta asimmetrica, storta, inclinata, dovrebbe essere un azzardo vogarla. E invece è il mezzo di trasporto che ha il miglior rapporto tra forza impressa e movimento ottenuto: per spostare la propria barca il gondoliere compie lo stesso sforzo che farebbe per camminare. E tutto questo, ovviamente senza computer e ingegneri navali, semplicemente sovrapponendo il lavoro secolare di generazioni di artigiani, gli squerarioli, ovvero chi lavora nello squèro, il cantiere dove le gondole vengono fabbricate. Non si con precisione quando sia nata la gondola, si sa solo che è citata per la prima volta in un documento del 1094, quando gli abitanti di Loreo sono dispensati dal fornirne a Venezia. L'evoluzione secolare ha una codificazione nel 1884 quando Domenico Tramontin, detto “El Grando”, apre il proprio squero e colloca nel pavimento in terra battuta l’asse di legno (detta “cantiere”) che costituirà da allora in poi la misura base di tutte le gondole. Quell’asse, proprio la stessa, esiste ancor oggi e serve per impostare le gondole realizzate da Roberto Tramontin, bisnipote di Domenico, agli Ognissanti, nel sestiere di Dorsoduro. Le dimensioni della gondola restano invariate dal Settecento ai nostri giorni: 10,84 metri di lunghezza (11,10 col ferro), 1,38-1,42 di larghezza, 50-55 centimetri di altezza interna dello scafo.

Buffalo Bill in gondola con i pellerossa del suo circo nel 1906

Se la gondola ha assunto le caratteristiche che le sono proprie, lo si deve anche al legno – meglio: ai legni – con cui è costruita. Vengono impiegati ben otto tipi di legno, ogni tipo ha la sua caratteristica: il rovere perché molto duro e reperibile in tavole che superano i 14 metri, l’olmo perché è elastico e ottimo per fare i sancòni (ordinate), l’abete perché leggero e resistente in acqua salata (per l'acqua dolce sarebbe più adatto il pino), il ciliegio perché si può curvare con il fuoco, il larice perché resinoso e, con un preventivo trattamento di stagionatura, dura moltissimo, il mogano perché per fare le tavole di prua è adatto in quanto si trovano tavole larghe e prive di nodi, il tiglio utilizzato per i socheti di poppa e prua perché non si altera con le escursioni termiche, il noce cha data la sua duttilità, se bagnato, favorisce la messa in opera di rifinitura”. Ma anche la codificazione dei legni deve essersi definita nel corso del Novecento perché Horatio Brown nel suo Life on the Lagoons testimonia che alla fine del secolo precedente le ordinate potevano essere, oltre che di olmo, di noce o ciliegio. Inoltre la scelta dei legno variava da cantiere a cantiere e questo faceva variare la velocità e la durata delle gondole prodotte nei diversi squeri. Fino alla Seconda guerra mondiale il taglio dei tronchi avveniva in squero, a mano. A differenza della sega meccanica, quella manuale permetteva di seguire le venature del legno qualora il tronco avesse un andamento serpeggiante; da ogni tronco (circa 40 centimetri di diametro) si ricavavano 12 tavole. La forcola (lo scalmo che regge il remo) è ottenuta da un pezzo di tronco tagliato in quattro. Il trancio del tronco è effettuato in modo da ottenere senza sprechi il maggior numero di pezzi e in modo che l’andatura delle vene abbia l’andamento che garantisce al pezzo finito la massima resistenza sotto sforzo. A fine inverno, prima che le segherie ne facciano tavole, si comprano i tronchi più sani di noce, ciliegio, pero, melo, acero; devono avere un diametro di 60 centimetri. Si fanno tagliare in quarti, li si scorteccia e si lasciano stagionare tre anni, fino a ottenere un pezzo sano di legno dalle dimensioni di 21x28x90 centimetri.

I remi di poppa sono sempre lunghi 12 piedi veneti, ovvero 4,2 metri (il 40 per cento della lunghezza della gondola) e pesano 4,9 chili; sono perfettamente lisci, non hanno tacche, anelli o quant’altro per trattenerli, sono liberamente spostabili. Oggi sono fatti in ramino, un legno proveniente dall’Indonesia (Borneo, Sumatra) e penisola malaysiana (tra l’altro nelle foreste di ramino vive l’orangotango e il taglio degli alberi sta minacciando la specie), un tempo invece erano ricavati da spaccature di faggio. Ovvero i tronchi non erano segati, ma spaccati nella lunghezza in quattro parti con dei cunei e poi veniva ricavato il remo. Poiché il tronco non era mai largo a sufficienza per la misura della pala, veniva, e viene, aggiunto un “coltello” (nell’Ottocento sempre e solo uno, oggi talvolta due) ovvero dei listelli di legno che servono ad allargare la pala e a conferirle le necessarie caratteristiche di dinamicità (il remo si flette nell’uso) e possono facilmente essere sostituite qualora danneggiate. In tempi ancora precedenti i remi erano realizzati in legno di acero. Il remo ottocentesco della gondola conservata a Pianello del Lario ha la pala più ampia, più lunga e asimmetrica rispetto ai remi attuali. Anche nel 1930, come mostra una vecchia foto, la pala ha un’asimmetria molto accentuata, oggi quasi del tutto perduta. Il passaggio dal faggio al ramino è determinato da motivi politici: i tronchi di faggio provengono dalla Dalmazia e dopo la Seconda guerra mondiale quando in Jugoslavia si insedia il regime comunista di Josip Broz Tito i boschi sono statalizzati e la lavorazione si standardizza; i tronchi di faggio delle segherie di Stato non vanno più bene per le particolarissime esigenze dei remèri. E quindi arriva il ramino che è più duro, più stabile, più rigido e più leggero del faggio. È Giuseppe Carli a sperimentare per primo questo nuovo legno. Carli è un mito tra i remèri, il migliore; in un ambiente litigioso come quello del remo nessuno gli contesta il primato. Se lui fa un cambiamento, in breve tutti lo seguno. Così accade col ramino. C’è oggi qualche tentativo di reintrodurre remi di faggio, utilizzando alberi tagliati nel Cansiglio, ma ormai chi voga è abituato ad avere un remo leggero, il remo di faggio è più pesante e flessibile, ha una durata maggiore e non si spacca come quello di ramino.


Testo tratto da “La carrozza di Venezia. Storia della gondola” di Alessandro Marzo Magno
Edizione Mare di Carta, 19,00 €
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