Per un istoriato un restauro inusuale.
di Pia Virgilio

La maiolica di cui ci occupiamo è un bel piatto rinascimentale istoriato. La scena visibile sul recto (facilmente individuabile anche grazie all’ iscrizione sul verso che recita “Faraon in mar”) fa riferimento all’episodio biblico che vuole gli ebrei attraversare miracolosamente il Mar Rosso mentre le truppe egiziane inseguitrici , per intervento divino, subiscono l’annegamento.

Maestro Domenico

Siamo nella seconda metà del 500 ed il nostro oggetto è un prodotto della prolifica bottega di Mastro Domenico “da Venezia”. Il nome del ceramista è legato ad alcuni riconoscibilissimi pezzi a forma chiusa (boccioni ed albarelli) della migliore produzione cinquecentesca di maiolica italiana, che presentano su fondo blu intenso un decoro a grandi fiori e foglie colorate con sottili motivi in bianco ottenuti a graffito. Nella bottega veneziana era ricchissima anche la produzione di istoriati, ma Maestro Domenico riproponendo il modulo decorativo dell’istoriato già in auge in altri centri ceramici, lo fa con uno stile grandioso e particolarmente coloristico che può ricordare la maniera del contemporaneo Paolo Veronese.

Perché il restauro di un istoriato rimane sempre faccenda assai delicata

Il piatto in questione era frammentato in 2 parti e con lacune, una delle quali piuttosto grande ed invalidante per la fruizione estetica (come si può constatare grazie al bianco della integrazione formale nella prima foto). E’ cosa nota che in ambito privato ancora oggi, per quanto concerne il restauro delle maioliche, la scelta più frequentata rimanga quella orientata verso un recupero di tipo mimetico, falsificante o antiquariale che dir si voglia, poiché i privati spesso ritengono che restauri di tipo museale finiscano col rendere poco godibili sul piano estetico i loro oggetti, attraverso soluzioni rigide e di tipo scolastico. D’altro canto per i puristi del restauro conservativo l’intervento mimetico rappresenta pura eresia per via dei rischi di eccessiva interpretazione inventiva da parte del restauratore. Se è innegabile che la scelta di mimetizzare fratture e lacune risulti sempre opinabile, va detto che essa costituisce tuttavia una questione molto relativa quando i decori da integrare consistono di parti modulari o che sull’oggetto si ripetono. E’ invece discorso di ben altra gravità, quando ci si trova di fronte ad una immagine con veri e propri caratteri pittorici come nel caso di un istoriato e dove la reinvenzione di una porzione rischia davvero di travisare più profondamente lo spirito di un artefice. In breve il suo tipico ed irripetibile vocabolario pittorico. Ad oggi soltanto i più sensibili di fronte al tema della falsificazione giungono talvolta e con “ardimento”, a quel compromesso che vuole sul recto un restauro mimetico del tipo più tradizionale e poi sul verso un intervento a carattere museale, che denunci lacune e fratture.

Una proposta alternativa di restauro

Nella seconda foto ecco una proposta di restauro a carattere museale ma di tipo alternativo, con una soluzione piuttosto inconsueta ed inusuale su maiolica. In sede di museo la soluzione di integrazione spesso adoperata per casi come questo è quella della creazione di una campitura neutra ma comunque uniforme (al più con un effetto di puntinatura per dare una maggiore vibrazione alla superficie). Ma in una situazione di lacunosità come la nostra con una grossa porzione a cuneo qualunque tinta adottabile non avrebbe annullato il grosso disturbo visivo cagionato dall'interruzione brusca della continuità dell'immagine. La lacuna sarebbe apparsa comunque assai invasiva, finendo col saltare all'occhio molto prima dell’originale e con qualunque distanza d'osservazione: il fallimento principe, questo, del lavoro del restauratore. Nel nostro caso la parte è stata risarcita realizzando delle zone colorate ma indefinite (non c'è disegno e non c'è quindi interpretazione) che vengono individuate e stabilite partendo dagli elementi di tutta la zona perimetrale della lacuna e ottenute poi tramite un effetto di sfumatura. L’oggetto in tal modo realizza una percezione di complessiva integrità con una certa distanza di sguardo ma esplicita poi attraverso osservazione ravvicinata quale sia la sua reale condizione: il tutto senza falsificazione alcuna.